Favole e fiabe Irlandesi


Folletti, gnomi e leprecauni: le fiabe irlandesi sono ricche di questi personaggi magici, un po’ socievoli ma anche dispettosi. Gli irlandesi si vantano, non a torto, di essere i veri conoscitori del piccolo popolo o popolo fatato che vive, da tempi immemorabili, in un mondo che appartiene ad una dimensione magica e incantata.

Nel lontano Est viveva una volta un re che aveva una sola figlia. Quando la figlia fu cresciuta, ed era abbastanza grande per venire maritata il re proclamò che avrebbe concesso la sua mano alla persona che fosse riuscita a fargli dire per tre volte di seguito: “E’ una menzogna, una menzogna, una menzogna!”.

La notizia del proclama si sparse per il mondo, e raggiunse anche l’ Irlanda dove allora vivevano una povera vedova e suo figlio che era un celebre bugiardo. Una sera il ragazzo tornò a casa e disse: – Sarei sorpreso se non potessi conquistarmi la figlia del re. Datemi la vostra benedizione, madre, perché domani parto. Il mattino seguente il bugiardo irlandese partì per la sua avventura. Viaggiò a lungo e alla fine giunse alla reggia del re. Alle porte venne fermato dalle guardie: – Ehi, tu! Dove vai piccolo irlandese? – Vado dal vostro re, per sposare sua figlia, – rispose il bugiardo.

Le guardie lo portarono subito al cospetto del re. Il re lo condusse in un enorme prato, dove i suoi greggi e armenti stavano pascolando, e chiese: – Cosa pensi del mio bestiame? – Cosa penso, Vostra Maestà? Questi non sono armenti, non è bestiame, non è niente. Dovreste vedere il bestiame di mia madre! – Esclamò il bugiardo irlandese. – E cos’hanno di speciale ? – chiese il re dell’Est. – Cos’hanno di speciale, Vostra Maestà? Sono così grandi che una volta, sotto una foglia di una di quei cavoli sì poté fare un banchetto di nozze. Sapete, era venuto a piovere e gli invitati in cortile si bagnavano.

- Uhm, Uhm,- borbotto il re dell’ Est, e condusse il bugiardo in un orto vastissimo, che era stato coltivato a fave. – Ora dimmi che cosa pensi delle mie fave,- domandò. – Cosa penso, Vostra Maestà? Perché queste sono fave? Non sono fave e non sono niente! Dovreste vedere le fave dell’orto di mia madre! – esclamò il bugiardo irlandese. – Cos’hanno di speciale, Vostra Altezza Reale ? Sono piante così alte che la punta della più corta raggiunge le nuvole.

Una volta, quando i boccelli erano maturi, andai con un sacco per raccogliere le fave da una pianta. Mi arrampicai di foglia in foglia, cogliendo le fave e buttandole nel sacco. Quando questo fu pieno, lo gettai a terra e continuai a salire, finché arrivai tra le nuvole. Lì vidi una casa e sul muro c’era una pulce. Siccome avevo bisogno di una nuova borsa, la uccisi e la spellai: ma la pelle era sufficiente per nuove borse. Quando poi cominciai a scendere le foglie erano già secche, e si ruppero sotto i miei piedi. Subito dopo l’intero gambo della pianta si spezzò.Io caddi, e precipitai in un gran dirupo.

Siccome ero rimasto conficcato tra due rocce e non riuscivo a liberarmi, trassi di tasca il mio coltello, mi tagliai la testa e la mandai a casa per avvisare i familiari di ciò che era successo. Lungo la strada la mia testa incontrò una volpe e quella briccona la afferrò in bocca. Questo mi seccò moltissimo. Perciò saltai via e gli corsi dietro, e quando la raggiunsi le tagliai un pezzo di coda col coltello. E sulla coda c’era scritto che vostro padre era stato servo di mio padre! – Questa è una menzogna, una menzogna, una menzogna! – urlò il re arrabbiato. – Lo so, Vostra Maestà – rispose il bugiardo irlandese.

- Ma voi stesso mi avete invitato a dirla. Ora, come punizione, dovete darmi vostra figlia in sposa. E così fu che il povero irlandese ottenne la mano della figlia del re dell’Est. Venne preparato uno splendido banchetto, che durò un anno intero, e l’ultimo giorno fu allegro e chiassoso quanto il primo

In un piccolo pesino dell’Irlanda vivevano una volta un figlio e una madre molto poveri. Sean che era ancora un ragazzetto, non solo doveva lavorare tutto il giorno ma per arrotondare faceva anche delle scope che poi vendeva al mercato. Ogni giorno portava a pascolare l’unica mucca che possedevano , e questa dava ogni giorno latte fresco.

Una bella mattina , Sean decise di raccogliere erica per intrecciare e fabbricare nuove scope, e così seguito dalla mucca si spinse oltre il bosco. Ad un certo punto sentendosi stanco decise di riposarsi in una piccola valletta .Si sdraiò e d’improvviso vide che tutto il prato era pieno di folletti che cantavano e che giocavano allegramente. -Beati voi come siete contenti.Io invece devo lavorare tutto il giorno e non ho mai tempo per giocare -Vieni, vieni a giocare e ci divertiremo. -Oh grazie, rispose Sean, e a che cosa giochiamo? -A calcio rispose uno dei folletti, tu stai in porta. E così cominciarono a giocare . Tutto andò per il meglio finché quando arrivò una pallonata giusto in faccia al ragazzo e per cinque minuti non poté vedere niente.

Tutti gli elfi ridevano a crepapelle , e se ne andarono correndo per il prato. Quando Sean recuperò la vista , non trovò più la sua mucca e subito pensò che si era persa nel bosco. Tornò a casa e raccontò quanto era successo alla madre . Il giorno dopo madre e figlio andarono subito alla ricerca della mucca e solo dopo lunghe ore di ricerca la trovarono morta in un dirupo . La madre si disperò molto, e si sentiva perduta senza quella mucca che almeno le dava il latte. Passò del tempo… Una bella mattina Sean stava intrecciando dell’erica per le scope quand’ecco che scorse due elfi che pascolavano una mucca. La guardò e la riguardò e ben presto si accorse che quella era la sua mucca. Si avvicinò le saltò in groppa e la mucca indispettita cominciò a dimenarsi e a correre giù per il prato con i due elfi attaccati alla coda. E la mucca correva e correva e arrivò nei pressi del lago , e sempre più vicino alla riva, e sempre più vicino all’acqua …finché non si immersero nell’acqua! Il ragazzo stava dicendo le sue ultime preghiere quando scorse nel fondo del mare un palazzo di cristallo. Entrarono e scorsero moltissime dame e cavalieri che erano nella sala principale. Subito gli venne incontro il re . -Lei si è impossessato della mia mucca disse il ragazzo. -No caro ragazzo questa è la mia mucca ,l’ho comprata da due elfi. Il ragazzo allora raccontò tutta la storia, il re che era un uomo buono propose al ragazzo un borsa piene di monete d’oro in cambio della sua mucca che faceva un ottimo latte . -Niente affatto io sono per le cose giuste, quindi rendetemi la mucca di mia madre e io toglierò il disturbo. Il re sbalordito per questo rifiuto disse: -Come puoi rifiutare un’offerta del genere , la mucca è indispensabile qui a corte. Con il suo latte macchiamo sempre il te delle sei. -E a me sicuramente servirà di più, perché noi lassù siamo molto poveri. Il re commosso da tanta onestà gli concedette la mucca e gli regalò un sacchetto pieno di monete d’oro. Ma il ragazzo rifiutò: -Penseranno tutti che li ho rubati. Teneteli pure ! -Mi sento in torto nei tue confronti ragazzo per cui ti faccio una proposta: ogni giorno verso le cinque porterai in riva al lago un secchio pieno di latte di mucca e noi lo pagheremo per quanto per noi vale. Contento e soddisfatto Sean ritornò a casa e raccontò quello che era successo alla madre e credeva che suo figlio fosse diventato pazzo. Così il ragazzo la dovette portare in riva al lago e quando vide due folletti uscire dal lago con due pacchettini pieni di monete d’oro restò molto meravigliata. Così finisce questa storia, Sean si guadagnò sempre onestamente da vivere e visse ancora per molti anni con la sua mamma .

Vivevano in Irlanda molto tempo fa un gigante e una gigantessa. Gigante, così lo chiamava tutta la gente, aiutava gli uomini a costruire ponti, mentre gigantessa, come tutte le brave mogliettine, lavorava in casa. Al tempo della nostra storia, gigante si trovava sulla costa irlandese per costruire un ponte che potesse congiungere l’Irlanda e la Scozia, evitando così i pericoli della navigazione. Un giorno Gigante annunciò agli uomini suoi collaboratori nell’impresa che sarebbe tornato a casa perché sentiva molta nostalgia di sua moglie. Nonostante tutte le preghiere degli uomini, gigante partì. Ma è possibile che un gigante soffrisse di nostalgia? In verità, aveva sentito parlare di Gigantone, il gigante più forte dell’Irlanda, che voleva sfidarlo e Gigante aveva molta paura perché sapeva che non era forte come il suo avversario. Cammina e cammina arrivò a casa, la Gigantessa subito gli preparò meravigliosi pranzetti ma ben presto si accorse che il marito non gliela raccontava molto giusta. Dopo tante insistenze, Gigante raccontò tutta la storia e la moglie decise di aiutarlo. Prese così un catino, immerse la sua pietra magica e subito l’acqua divenne torbida, soltanto Gigantessa con i suoi poteri magici era in grado di leggervi. “Marito mio, sei già in grave pericolo: Gigantone è al limitare del bosco”. “Oh mogliettina, ben presto arriverà e per me sarà la fine” piagnucolava il grande gigante. La moglie, che era una donna dal carattere deciso e lo aiutò. Si rivolse subito a sua sorella: “Sorella cara, dove sei?” urlò la gigantessa dalla sua finestra. “Sono qui giù, nella valle” “Guarda allora fino al limitare del bosco e dimmi, vedi qualcuno?” “Oh sorella, vedo un mastodontico gigante che si avvicina di fretta e furia”. “Che disgrazia presto sarà qui e ucciderà il mio povero maritino! Aiutami, ti prego!”. “Gli offrirò la merenda, così voi avrete il tempo di organizzare un piano” rispose cordialmente la sorella, che rientrò in casa e cominciò a preparare un vera merenda da gigante: 90 panini con burro,30 litri di birra e 4 chilometri di salsiccia. Quando scorse Gigantone nei pressi della sua casa, lo chiamò: “Gigantone, ti offro la merenda per rispettare l’ospitalità tra noi giganti”. Gigantone, che aveva sempre molta fame, non rifiutò e per tutto il pomeriggio restò nella casa della sorella. Ma cosa succedeva a casa di Gigante? Fervevano i preparativi, Gigantessa aveva prepararto: 30 panini con dentro il ferro e uno morbidissimo, aveva munto 80 mucche e ne aveva fatto ricotta e aveva travestito Gigante da bambino. Stava scendendo la sera, quando bussò alla porta Gigantone. “Chi sarà mai?” disse gigantessa con voce sorpresa. “Sono Gigantone e vengo a sfidare Gigante!” tuonò Gigantone. “La fortuna non vi assiste, Gigantone, mio marito è appena uscito e non ritornerà che tra un’ora. Nel frattempo entrate pure, vi offrirò la cena”. “La fame è molta, mi fermerò a cena con voi”. La Gigantessa, con aria innocente, servì subito un buon barile di birra poi disse: “Gigantone, volevo chiedervi un piacere, potete uscire e rivoltare la casa come fa ogni sera mio marito, perché tira molto vento di notte da queste parti?”. Gigantone uscì allibito, pensanso: “Che forza che deve avere questo gigante!”. Gigantessa, non contenta, gli chiese anche di spaccare una parte della montagna perché aveva bisogno di acqua per il thè. Gigantone cominciava a temere la forza del suo avversario. Dopo tanti ringraziamenti, Gigantessa con un gran sorriso offrì il pane con ferro a Gigantone: “Ma come è duro il vostro pane!” esclamò dolorante il Gigante. “E’ la pietanza preferita da mio marito! Ne mangia a volontà tutti i giorni. E anche il mio bambino ne va pazzo” disse la gigantessa, presentando a Gigantone il gigante vestito da bambino. “Se questo è il bambino, chissà come sarà grande il padre e che forza avrà per mangiare questo pane così duro!” pensava Gigantone con il cuore gonfio di paura. Intanto Gigantessa aveva dato a Gigante la pagnotta soffice, che se la mangiò in un boccone. Gigantone, spaventato dalla forza immane del bambino, decise che forse era meglio non sfidare il padre e se ne andò impaurito. Il gigante potè così tornare a lavorare senza aver paura.
Viveva molto tempo fa nella verde Irlanda un poeta che aveva uno strumento specialissimo. Era un’arpa magica e non solo suonava una musica talmente dolce che tutti si commuovevano ma poteva esaudire qualsiasi desiderio. Un giorno il poeta si presentò alle porte della città di Ten: stava ormai calando la notte e le porte erano già sprangate. Bussò e ribussò finchè una guardia non si affacciò: “Cosa vuoi, forestiero?” ” “Non sono un forestiero, sono un poeta!”. “Ah, Ah! ” disse la guardia ” noi non abbiamo bisogno di poeti!”. ” E di cosa avete bisogno? ” chiese il poeta ” forse di fabbri…?” Toccò l’arpa e subito si materializzarono gli strumenti del fabbro. “No ” rispose la guardia ” abbiamo fabbri, muratori e tutti gli artigiani che ci sevono” ma era comunque rimasta molto meravigliata dal quel prodigio. “Di al tuo Re che alle porte c’è un uomo che è capace di fare qualsiasi cosa!”. Chiaramente, il Re fu molto incuriosito, lo fece portare a palazzo e come prima prova gli fece vedere un buffone di corte: “Vedi quell’uomo ” disse il Re ” è muto dalla nascita. Vediamo se riuscirai a farlo parlare”. Il poeta appoggiò le mani sulla sua cetra e suonò della musica talmente dolce che il suddito subito si mise a cantare. Tutta la corte era sbalordita e per molto tempo il poeta visse a corte, onorato come un re. Un giorno, la città fu assediata da terribili nemici e per molto tempo rimase senza cibo. Il poeta allora si presentò al cospetto del Re e gli chiese il permesso di mettere a posto la faccenda. Il Re ne fu ben lieto, anche se se ne pentì molto quando vide che il poeta stava uscendo dalle porte della città e si stava dirigendo verso l’accampamento dei nemici. Questi, ovviamente, lo catturarono. Appena arrivò nell’accampamento, il poeta disse: “Il mio re mi manda in segno di pace a dilettarvi con la mia musica e il mio cantare”. Naturalmente tutte le guardie si presero gioco di lui ma il comandante disse: “Lasciamolo pure cantare prima di venire ucciso”. Lug, che era il nome del poeta, prese la sua arpa e cominciò a cantare e suonare così dolcemente che tutti si commossero, poi ordinò: “Cetra, che tutti questi cavalieri diventino cavalli!”. E così fu. Una parte furono presi dagli stallieri, altri furono lasciati allo stato brado ed è per questo che oggi esiste la razza del cavallo irlandese.
C’era una volta un coraggioso giovanotto di nome Jimmy che viveva con sua madre. Tutti i giorni Jimmy lavorava duro nei campi per guadagnare abbastanza per due persone, in quanto il padre era morto in guerra. Tutto il paese nutriva molta stima nel giovanotto e non c’era persona che parlasse male di lui. Vicino al paese dove vivevano, sorgeva un antico castello disabitato e correva voce che la notte di Ognissanti il castello si popolasse del “piccolo popolo”, elfi, gnomi e fate ma nessuno aveva il coraggio di assicurarsi se la storia era vera. Finché un giorno Jimmy, incuriosito da tutte quelle dicerie, decise di esplorarlo. Così, la sera di Ognissanti andò da sua mamma e le raccontò cosa avrebbe fatto: “Andrò al castello, lo esplorerò e chissà che non ci porti un po’ di ricchezza”. “Figlio mio, non andare, ti uccideranno! Come farò io a vivere da sola?” Ma ormai Jimmy aveva deciso e ben presto si mise in cammino. Arrivato presso il castello si stupì molto perché, non solo tutte le finestre erano illuminate, ma risentivano anche deliziose musiche e voci di fate e gnomi che si divertivano. Decise quindi di avvicinarsi ancora, quando lo sorpresero un gruppo di elfi mattacchioni, i quali furono ben contenti di avere un nuovo compagno di giochi. Il capo della comitiva invitò Jimmy a compiere con loro una missione: rapire una fanciulla. Jimmy accettò e gli fu affidato un maialino volante. Viaggiarono per molte ore finché arrivarono a una bella casa che sorgeva in mezzo a una radura. Planarono nei pressi di una finestra che era illuminata dalla luna, attraverso la quale si scorgeva un bellissima fanciulla che dormiva. Gli elfi presero la fanciulla, la posero sul maialino e sostituirono il corpo con una frasca di faggio, che ben presto si trasformò in una fanciulla identica a quella che avevano rapito. Tutti gli elfi erano meravigliati dalla bellezza di quella creatura e a turno la ammiravano. “Ora che l’avete vista tutti posso vederla anche un po’ io?” disse Jimmy. Il re degli elfi allora prese la fanciulla e la posò sul suo maialino. Veloce, il ragazzo, discese subito a terra vicino alla porta di casa. “Traditore!!” gridarono gli elfi adirati e cominciarono a trasformare la ragazza negli oggetti più strani: prima una stufa, poi uno sgabello. Ma Jimmy la teneva forte tra le braccia. D’improvviso apparve una fata vestita di verde che disse: “Tu ci hai traditi, ora la fanciulla non sentirà ne parlerà più!”. Così Jimmy, addolorato del terribile incantesimo ma contento di aver sottratto la fanciulla dalle mani degli elfi, la portò a casa sua . La madre ormai lo attendeva da lunghe ore così il giovanotto spiegò quello che era accaduto. Passò un anno, la fanciulla aiutava in casa e filava con la vecchia signora mentre Jimmy lavorava il doppio per poterla sfamare. Spesso però la fanciulla si intristiva perché non poteva nè parlare nè sentire e rimaneva presso il camino, il volto tra le mani a piangere. Così, la notte di Ognissanti Jimmy decise di tornare presso il castello. Quando arrivò nei pressi del castello, quatto quatto si avvicinò a una finestra e fortunatamente udì questo discorso. “Vi ricordate quel Jimmy, che ci tradì? la fanciulla è stata punita, anche se lui non sa che con poche gocce di questa pozione la fanciulla potrebbe ritornare a parlare e a udire!”. Senza neanche pensarci, Jimmy saltò con un balzo dentro alla stanza, velocissimo rubò la pozione e cominciò a correre verso casa a più non posso. Entrò, chiuse la porta con il catenaccio e versò poche gocce sulle labbra della fanciulla, che subito cominciò a udire e a parlare. La fanciulla non sapeva come ringraziarlo ed era colma di gioia: “Voglio scrivere a mio padre per digli quello che mi è accaduto” disse ma, nonostante le innumerevoli lettere, il padre non rispondeva. Così Jimmy e la fanciulla si misero in cammino verso la casa paterna e dopo lunghi giorno ci arrivarono. “Desiderate?” chiese il maggiordomo. “Non mi riconoscete? Sono la figlia del padrone”. “Il padrone non ha figlie!” La fanciulla insistette tanto che fu chiamato il padrone in persona. “Chi siete voi?” “Come, padre, non mi riconoscete?! sono vostra figlia Carol!” “Come osate dire queste cose? Mia figlia è morta l’anno scorso!”. “Ma non riconoscete questa collanina e la voglia di fragola che ho sulla spalla?” “Se non fosse che ho accompagnato mia figlia al cimitero” disse la regina “direi che tu potresti essere lei”. Subito intervenne Jimmy, che raccontò tutta la storia: la figlia che loro credevano morta non era che una frasca di faggio. Fu tale la gioia dei genitori che cominciarono subito le feste; Carol volle fosse mandata a prendere la madre di Jimmy e che i due alloggiassero per sempre nella bella casa col giardino. Jimmy e Carol si sposarono, ebbero quatto stupendi bambini e vissero per sempre felici e contenti.

281 total views, 1 views today

Senza l'esperienza e una buona dose di umiltà, la scrittura -sia in prosa che in poesia- rimane puro estetismo. Senza essersi fatti le ossa attraverso uno «studio matto e disperatissimo» non si raggiungerà mai la capacità di dare un fondamento logico al linguaggio idoneo ad ogni situazione. L'adagio che afferma come «non si nasca imparati» ha questo sapore.

La redazione

Ciò che il pubblico critica in voi, coltivatelo. Quello, siete voi.

Jean Cocteau

Leave a Reply

Bad Behavior has blocked 10565 access attempts in the last 7 days.

Leggi anche...close