Fiabe e leggende Giapponesi e Cinesi
- Favole e fiabe orientali
- Paradiso e Inferno
- Ma-Lian e il pennello magico
- Xi Shi
- L’uccello a nove teste
- Le otto tartarughine d’oro.
Le fiabe e favole cinesi e asiatiche provengono da una storia millenaria, costellata da cultura, credenze e tradizioni antiche. Da questi racconti e raccolte di fiabe tradizionali puoi scoprire le antiche perle di saggezza orientale

[ad#video]
Dopo una lunga e coraggiosa vita, un valoroso samurai giunse nell’aldilà e fu destinato al paradiso. Era un tipo pieno di curiosità e chiese di poter dare prima un’occhiata anche all’inferno. Un angelo lo accontentò.
Si trovò in un vastissimo salone che aveva al centro una tavola imbandita con piatti colmi di pietanze succulente e di golosità inimmaginabili. Ma i commensali, che sedevano tutt’intorno, erano smunti, pallidi, lividi e scheletriti da far pietà. “Com’è possibile?” chiese il samurai alla sua guida. “Con tutto quel ben di Dio davanti!” “Ci sono posate per mangiare, solo che sono lunghe più di un metro e devono essere rigorosamente impugnate all’estremità.
Solo così possono portarsi il cibo alla bocca” Il coraggioso samurai rabbrividì. Era terribile la punizione di quei poveretti che, per quanti sforzi facessero, non riuscivano a mettersi neppure una briciola sotto ai denti. Non volle vedere altro e chiese di andare subito in paradiso. Qui lo attendeva una sorpresa.
Il paradiso era un salone assolutamente identico all’inferno! Dentro l’immenso salone c’era un’infinita tavolata di gente seduta davanti ad un’identica sfilata di piatti deliziosi. Non solo: tutti i commensali erano muniti degli stessi bastoncini lunghi più di un metro, da impugnare all’estremità per portarsi il cibo alla bocca.
C’era una sola differenza: qui la gente intorno al tavolo era allegra, ben pasciuta, sprizzante di gioia. “Ma com’è possibile?”, chiese stupito il coraggioso samurai. L’angelo sorrise: “All’inferno ognuno si affanna ad afferrare il cibo e portarlo alla propria bocca, perché così si sono sempre comportati nella loro vita.
Qui al contrario, ciascuno prende il cibo con i bastoncini e poi si preoccupa di imboccare il proprio vicino”. Paradiso e inferno sono nelle tue mani. Oggi.
Quando non aveva nulla da fare si divertiva a disegnare con un ramoscello, sulla sabbia del fiume, paesaggi, foglie, fiori. Non aveva carta né colori e tantomeno pennelli, ma aveva ingegno, fantasia e buona volontà e, con gli strumenti adatti, sarebbe stato un bravo pittore. Una notte stava sognando incantevoli cieli stellati, quando – sempre in sogno – gli apparve un simpatico vecchio con una lunga barba bianca.
Sorrideva e, agitando un pennello, gli suggerì qualcosa che il ragazzo non comprese. Quando si svegliò, stranamente, egli stesso stringeva nella destra un pennello che emanava una delicata luce rosata. Accanto al suo giaciglio, sul pavimento di terra battuta, luccicavano vari fogli di carta color paglierino. Stupito e felice per il misterioso dono, il ragazzo disegnò subito un uccello, e non ebbe bisogno di colori: nelle setole del pennello stesso stavano nascosti anche i colori giusti.
Quand’ebbe finito, l’uccello prese vita, agitò le ali e volò via, trillando. Passato lo sbalordimento, Ma-Lian disegnò un pesce e il pesce, con un colpo di coda dié un guizzo e saltò nel fiume. Ma-Lian era al colmo della gioia. Ogni giorno disegnava qualcosa per i poveri come lui: a chi aveva bisogno un aratro disegnava un aratro, chi voleva una zappa o qualsiasi altro oggetto poteva averlo: bastava che Ma-Lian glielo disegnasse col suo magico pennello. Un giorno si presentò al ragazzo il padrone del paese: era un uomo ricchissimo e avaro.
Ma-Lian si rifiutò di disegnargli qualsiasi cosa egli avesse desiderato: – Tu hai già tutto, non hai bisogno di niente – si impuntò. Adirato, il riccone lo fece arrestare e rinchiudere in una fredda prigione (era inverno), senza cibo e senz’acqua. Il terzo giorno il crudele signore pensò: “Se quel testardo ragazzo non è ancora morto di fame o di freddo, sicuramente farà quello che vorrò io”.
Ma, entrato nella sua cella, lo trovò in ottima salute: stava seduto accanto a una stufa accesa e mangiava frittelle. Fuori di sé urlò: – Dammi il pennello! Svelto come il fulmine Ma-Lian disegnò un cavallo, gli saltò in groppa e fuggì… Galoppò fino alla città e qui trovò molti ammiratori e compratori dei suoi bellissimi quadri. Perché gli animali disegnati non prendessero il volo (come avevano fatto uccelli e pesci), li disegnava senz’occhi. Un giorno però, per sbaglio, lasciò cadere una macchiolina di colore sul capo della cicogna che aveva appena disegnato. La cicogna socchiuse gli occhi, aperse le ali e volò via.
Lo strano avvenimento mise in subbuglio la città: un funzionario dell’Imperatore volle scoprire cosa c’era di vero nelle dicerie che correvano da un quartiere all’altro. Quando l’Imperatore fu informato del singolare avvenimento fece imprigionare il ragazzo e gli confiscò il pennello. Provò a usarlo e, avido e maldestro com’era, tentò di disegnare una montagna di monete d’oro. Ne venne fuori, invece, una montagna di pietre. Una di queste ruzzolò dal mucchio e schiacciò un piede all’inesperto, improvvisato pittore. Il quale non si diede per vinto, ritentò, disegnando lingotti d’oro, ma per avidità, ne fece uno così lungo che all’improvviso lo stesso si trasformò in un serpente. – Portate qui il ragazzo – urlò l’Imperatore esasperato.
Appena Ma-Lian ebbe impugnato il pennello, il serpente scomparve sottoterra. L’Imperatore, ripresosi dalla paura, ordinò a Ma-Lian: – Disegnami il mare! E adesso una nave! Quando la nave fu pronta, il tiranno salì a bordo insieme ai suoi cortigiani e ordinò al pittore di disegnare il vento. Ma-Lian ubbidì, ma diede poi un ultimo sapiente colpo di pennello, gridando allegramente: – Buon viaggio a tutti! Si levò una tempesta spaventosa che portò via la nave col suo carico e da allora nessuno l’ha più vista.
Quantunque avesse un viso bello come un fiore e bianco come la giada, Xi Shi dimostrò di avere la capacità, con uno sguardo, di conquistare una città e, con un altro, di impadronirsi d’uno stato. Fu un’eroina: vergognosa dell’onta portata al suo paese distrutto, non esitò, per vendicarsi, a usare il proprio corpo. Voleva che lo stato di Yue (Zhejiang), ove era nata e che era diventato vassallo dello stato di Wu, riconquistasse la sua indipendenza.
La storia dice che il re Ke Jian dello stato vassallo di Yue riunisse un giorno i suoi funzionari e domandasse loro quale mezzo avrebbero scelto per vendicarsi della vergogna subita con la conquista da parte di Wu. “Vi sono sette mezzi per distruggerlo” rispose Wen Jiong. “Il primo è quello di dargli oggetti e monete perché il re e i suoi ministri siano contenti. Il secondo è quello di comprare i loro cereali, in maniera che non ne abbiano di riserva.
Il terzo è di inviare colà leggiadre fanciulle perché possano stregare il re e farsi amare da lui”. E continuò l’elenco. Quindi Ke Jian prima inviò in dono a Fu Ji’ai, re di Wu, il migliore legname per costruire un belvedere, poi inviò il suo fedele funzionario Fan Li in tutto il regno per trovare le fanciulle più leggiadre e trasmetterne un elenco a corte.
Dopo sei mesi aveva trovato fanciulle graziose, ma non di fascino tale che un loro sguardo conquistasse uno stato. Alla fine, sulla Collina del Glicine, vide una ragazza intenta a lavare una stoffa di canapa. La storia dice che la fanciulla emanasse odor di orchidea e che ancor più che bella si dimostrasse leale e intelligente, chiedendo senza paura a Fan Li perché, nonostante la vergogna dello stato di Yue non fosse ancora stata lavata, un ministro andasse a passeggio in luoghi sperduti dell’impero ad ammirare le bellezze del paesaggio.
Così Fan Li svelò il segreto della missione e Xi Shi, accompagnata da un’amica altrettanto bella e coraggiosa, andò a corte. Per tre anni le giovanette vennero addestrate al canto e alla danza, impararono ad atteggiare il viso e a camminare con grazia, quindi furono inviate allo stato di Wu, dove infatti Xi Shi divenne la favorita, così amata dal re che, per evitarle i calori estivi, ordinò un giorno di costruire una reggia sulla baia di Dongding in soli dieci giorni.
Tutta la gente giovane dello stato di Wu dovette andare a lavorare alla costruzione della baia, per trovare materiale a sufficienza si demolirono templi, poi le case dei benestanti, infine quelle del popolo. I lavori agricoli furono ritardati e così quelli della tessitura, il popolo di Wu era ormai esasperato ma la reggia fu costruita. Allora Ke Jian ordinò a Wen Jiong di andare nello stato di Wu e chiedere in prestito riso dai granai del regno, simulando una cattiva annata.
Poiché lo stato di Wu in apparenza si era sempre dimostrato in pace, inviando a Wu il più pregiato legname e le più leggiadre fanciulle, il prestito fu concesso e l’anno dopo regolarmente restituito, ma con riso sottoposto a una corrente di vapore, di grana grossa all’apparenza ma non trapiantabile.
Tale riso fu distribuito alla popolazione perché lo seminasse. Ma non germogliò nulla, causando, l’anno dopo, una grave carestia. Intanto Fu Ji’ai fece guerra allo stato di Ci e la vinse; poi partì con l’intenzione di togliere allo stato di Jin la preminenza tra i regni alleati. Per Yue era il momento di attaccare, approfittando dell’assenza di Fu Ji’ai dal suo regno: lo fece ed ebbe la meglio e quando Fu Ji’ai fece ritorno nel suo stato per misurarsi contro i soldati di Ke Jian, ormai le sue truppe erano stremate.
La vendetta di Yue contro Wu era compiuta e Xi Shi poteva ritornare in patria, ma non aveva previsto di essere amata così devotamente da Fu Ji’ai e di sentirsi ora in dovere di ripagarne in qualche modo i benefici ricevuti. Non aveva tralasciato di vendicare il suo paese ma ora ricambiava col suicidio i favori di quel sovrano nemico che l’aveva amata.
Questa storia di coraggio, di lealtà e amor patrio, che si trasforma infine in una storia d’amore, è una delle più toccanti tra quelle legate a personaggi femminili, e Xi Shi ne emerge come una delle più belle eroine della tradizione, donna d’orgoglio e di cuore.
Un giorno la ragazza stava passeggiando in giardino quando scoppiò un fortissimo temporale che la portò via con se. Il temporale era stato provocato dall’uccello con le nove teste. Il re bandì che chiunque gli avesse riportato la figlia l’avrebbe avuto in sposa. Un giovane contadino aveva visto l’uccello a nove teste portare la principessa nella sua caverna, che si trovava su una montagna scoscesa, non raggiungibile né dal basso né dall’alto.
Mentre il ragazzo osservava la montagna arrivò un tale che gli chiese cosa stesse facendo. Il ragazzo spiegò tutto e allora l’uomo si offrì di calarlo nella caverna con una cesta per salvare la principessa. Il ragazzo accettò e si lasciò calare. Ma dopo aver salvato la principessa per prima, l’uomo fuggì via con lei, lasciando il ragazzo nella caverna dell’uccello a nove teste. Il ragazzo cominciò a vagare nella caverna: ad un tratto vide un pesce attaccato alla parete.
Il ragazzo lo staccò ed il pesce si trasformò in un ragazzo che si proclamò suo fratello per l’eternità. Il ragazzo uscì poi dalla caverna: aveva fame e vide un drago, in cima alla montagna, che leccava un sasso. Lo imitò e la fame scomparve. Chiese al drago come poteva andarsene dalla montagna. Il drago lo invitò a salire sulla sua schiena.
Il ragazzo fu di nuovo in pianura. Iniziò a camminare e trovò un guscio di tartaruga pieno di perle bellissime: erano perle fatate. Poco dopo arrivò in riva al mare: vi buttò dentro una perla e l’acqua si aprì, mostrandogli la casa del drago del mare. Il drago del mare riconobbe che lui aveva salvato suo figlio dall’uccello dalle nove teste: era infatti il padre del pesce e gli offrì ospitalità. Il ragazzo visse per qualche tempo in fondo al mare, e poi decise di tornare sulla Terra.
Il figlio del drago gli consigliò di chiedere in regalo una fiaschetta di zucca magica a suo padre. Il ragazzo fece così e si diresse verso la città della principessa. La principessa stava per sposare l’impostore quando arrivò il giovane che buttò per terra la fiaschetta: dalla fiaschetta uscì dell’acqua, che formò uno specchio magico nel quale fu visto cosa era veramente successo nella caverna.
L’impostore fu allontanato e il principe sposò la principessa e vissero tutti felici e contenti.
Il pendio era scosceso, pieno di pietre, la terra era arida, dura da zappare, e così sulle mani di Wu Dun si formarono otto calli duri e spessi. A volte il giovane prima di tornare a casa si tuffava nella fresca acqua color giada del minuscolo stagno posto ai piedi del pendio. Un giorno, mentre si lavava nello stagno, gli otto calli spessi e duri che aveva sulle mani si staccarono, trasformandosi, al contatto con l’acqua lucente e pura, in otto tartarughine d’oro.
Wu Dun pensò che quella faccenda era davvero strana; comunque non tentò di catturare le tartarughine e quando ebbe finito di lavarsi tornò a casa. A mezzanotte in punto, qualcosa lo svegliò: era un rumore leggero che veniva dalla giara usata per conservare il riso… Il giorno seguente, all’alba, si alzò, si guardò intorno e rimase pietrificato dallo stupore: la giara era stracolma di riso e, sopra il gran mucchio candido, otto piccole tartarughe dorate emettevano dalla bocca, in continuazione, altri chicchi lucenti. Da quel giorno la vita di Wu Dun e di sua madre migliorò molto.
389 total views, 1 views today







