Poesia Araba


 

  • Abbās ibn al-Ahnaf, in arabo, عباس بن الأحنف (Bassora, 750 ca. – 810 ca.), è stato un poeta arabo, di origine irachena, che visse all’epoca degli Abbasidi.

La sua lirica amorosa idealizza l’amore con un tono molto simile a quello cortese della tradizione occidentale legata ai trovatori. Ahnaf deve il suo successo al califfo Harun al-Rashid, il quale lo pose sotto la sua ala protettrice facendone uno dei maggiori artisti presenti alla sua corte, tanto che secondo alcuni fu al seguito del sovrano durante le campagne militari in Armenia e nel Khurāsān.

  • Abā’n al-Lā’hiqī (… – 815)

Verseggiò per i Barmecidi suoi patroni l’opera favolistica Kalīla e Dimna e altre leggende iraniche e iranico-arabe. Di tutto ci sono pervenuti scarsi frammenti.

.
« C’è chi sostiene che questo libro abbia girato il mondo ancor più della Bibbia, visto che nel corso dei secoli è stato tradotto ovunque, dall’Etiopia alla Cina… Di sicuro i racconti di Bidpai si ritrovano nella cultura popolare della maggior parte dei Paesi europei, almeno quanto in quella orientale. Alcuni sono stati modificati da La Fontaine… e le favole di Esopo devono molto al Kalila. »

  • Abu al-Ala’ Ahmed ibn Abd Allah ibn Sullaiman al-Tanookhy al-Ma’arri in arabo أبو العلاء أحمد بن عبد الله بن سليمان التنوخي المعري (Ma’arret en Nu’man, 973  – 1057 o 1058) è stato un poeta e letterato arabo.

Erudito, filologo e retore, compose opere in prosa e in versi. Conosciuto come il “Lucrezio d’oriente”, fu un razionalista controverso, considerando la religione in generale (e in particolare l’islam) nulla più di una superstizione.

Di Abu al-Ala’ Ahmed ibn Abd Allah ibn Sullaiman al-Tanookhy al-Ma’arri (973 – 1057), poeta e letterato arabo.

.

* Gli abitanti della Terra sono di due tipi:
quelli con cervello, ma senza religione,
e quelli con religione, ma senza cervello.

(citato in Amin Maalouf, Crusades Through Arab Eyes, 1989)

  • Antara Ibn Shaddād al-ʿAbsī, arabo: عنترة بن شداد العبسي‎ (Laiwa, …), è un poeta guerriero pre-islamico  famoso per le sue poesie e per la sua vita avventurosa

La sua vita leggendaria costituì la base ed il perno di una lunga tradizione letteraria romanzesca, iniziata intorno al VIII secolo e ancora fertile intorno al XII secolo, denominata la Sīrat ʿAntar, ossia “La vita di ʿAntara”.

La trama della vasta epopea descrisse ʿAntara come figlio di un emiro e di una schiava, confermò il suo riconoscimento dalla tribù grazie al suo valore di guerriero, ed esasperò il suo rapporto con la moglie, definita come una donna sprezzante dell’amore di ʿAntara.

.

Secondo i racconti leggendari, ʿAntara entrò a Mecca e riuscì ad ottenere proprio lì il riconoscimento dell’alto valore della propria poesia. Dopo aver combattuto gli infedeli, durante un viaggio in Etiopia, scoprì che sua madre era nobile

..

Dopo aver raggiunto tutti questi obiettivi, il condottiero e poeta, ormai vecchio e stanco, perì per mano di un nemico.

Questa opera rappresentò il modello di tutti i romanzi di cavalleria arabi e nel corso dei secoli, l’eroe arabo-pagano si trasformerà nell’eroe islamico che combatte i nuovi infedeli, ai tempi delle crociate.

.

Il compositore russo Nikolai Rimsky-Korsakov compose nel 1868 il brano per orchestra “Antar”, ispirato al personaggio.

  • Mahmoud Darwish (arabo: محمود درويش ‎; al-Birweh, 13 marzo  1941 – Houston, Texas, 9 agosto  2008) è stato un poeta  e scrittore  palestinese.

È autore di circa venti raccolte di poesie (pubblicate dal 1964 a oggi) e sette opere in prosa, di argomento narrativo o saggistico. È considerato tra i maggiori poeti in lingua araba. È stato giornalista e direttore della rivista letteraria “al-Karmel” (Il Carmelo), e dal 1994 era membro del Parlamento dell’Autorità Nazionale Palestinese.

.

I suoi libri sono stati tradotti in più di venti lingue e diffusi in tutto il mondo. Solo una minima parte della sua produzione letteraria è stata tradotta in italiano. È scarsa anche la traduzione in lingua inglese della sua opera.

  • Abu al-Faraj al-Isfahani (أبو الفرج الأصفهاني) nacque nel 897 d.C. ad Isfahan e studiò a Bagdad dove svolse gran parte della sua attività sotto la protezione dei Buwayhidi. Diretto discendente dell’ultimo califfo Umayyade, Marwan II, si pensa abbia mantenuto i contatti con gli Umayyadi in Spagna attravero la corrispondenza e mandando loro le sue opere. Trascorse alcuni anni ad Aleppo alla corte di Sayf al-Dawla a cui dedicò il Libro dei canti (Kitāb al-Aghānī). Al-Isfahani era un uomo molto colto, con una vasta memoria e un’ampia sfera di interessi, compresa la medicina.

Il Libro dei canti (Kitāb al-Aghānī) è un’opera di circa 20 volumi dove l’autore raccolse cento canzoni famose, basandosi su fonti scritte, dal VI fino al IX secolo d.C., e su fonti orali, spesso perdute, permettendoci così di conoscere scrittori precedenti di cui altrimenti non si saprebbe nulla. L’autore preparò soltanto una copia e ci mise ben 50 anni per completarla.

L’opera è un insieme di poemi con scritto l’arrangiamento musicale, biografie dei poeti, esecutori musicali e aneddoti su vari argomenti che costituiscono base per corpose e sottili digressioni da parte di al-Isfahani sulle origini e la vita delle varie tribù degli autori.

.

Dall’obiettivo che l’autore si era preposto era quello di ottiene un affresco storico dell’epoca (si parla dei primi tre secoli dell’ Islam) che ritrae la vita sociale, politica e culturale dell’antichità araba.

Oltre al Libro dei canti scrisse delle poesie e un’ antologia di versi sui monasteri della Mesopotamia e dell’Egitto.

  • ʿAbīd ibn al-Abraṣ (500 – 530-550) è stato un poeta arabo, vissuto nella Jahiliyya.

Appartenente alla tribù araba dei Banū Asad, ʿAbīd ibn al-Abraṣ (arabo: ﻋﺒﻴﺪ ﺍﺑﻦ ﺍلاﺑﺮﺹ‎) fu coinvolto nell’insurrezione della sua gente contro l’effimero regno “federativo” creato dai Banu Kinda, provocando la morte di Hujr, padre del grande poeta Imru l-Qays.

.

Fra i motivi dei 30 carmi (qasida) e dei 17 frammenti conservatici di questo espressivo poeta, si impone il fakhr, la poesia di vanto, che lascia posto anche alle considerazioni sentenziose, alle meditazioni sulla caducità della vita e alle descrizioni pittoriche dell’ambiente naturale e zoologico: tutti motivi per i quali ʿAbīd ibn al-Abraṣ fece ricorso a una lingua accentuatamente arcaica, che è la più convincente dimostrazione della sua genuinità, non soggetta cioè a successive interpolazioni (come invece spesso è accaduto a buona parte della poesia preislamica)

  • Imru’l Qais Ibn Hujr al-Harith al-Kindi (…) è un poeta arabo del VI secolo, autore di una delle Mu’allaqat, antologia della letteratura araba pre-islamica.

Scriveva appassionate lettere d’amore, e si ritiene che sia stato lui ad inventare la qasidah, l’ode della cultura classica araba.

.

Si dice che sia morto avvelenato per ordine dell’imperatore Giustiniano I di Bisanzio dopo aver tentato di sedurre una principessa della corte bizantina.

.

Si ritiene anche che sia figlio di Hujr, ultimo discendente della dinastia kindita.

  • al-Nābigha al-Dhubyanī (arabo: النابغة الذبياني‎) – il cui vero nome era Ziyād ibn Muʿāwiya – (c. 535 – c. 604), vissuto nell’ultima parte della Jāhiliyya.

La sua tribù, i Banu Dhubyan, risiedeva nelle relative vicinanze di Mecca, ma Nābigha stesso passò la maggior parte del suo tempo nelle corti di al-Hīra e dei Ghassanidi. Rimase alla corte lakhmide di al-Hīra sotto Mundhir III, e sotto il suo successore al-Nuʿmān III. Fu comunque costretto a rifugiarsi nella corte ghassanide di al-Jābiya, a causa di alcuni versi che aveva scritto sulla regina, ma vi ritornò nuovamente nel 600. Quando al-Nuʿmān III morì circa cinque anni dopo, tornò presso la sua tribù.
La data della sua morte è incerta. ma sembra che non abbia conosciuto l’Islam. Le sue poesie consistono per la maggior parte di elegie e satire e riguardano la lotta di al-Hīra e dei Ghassanidi, dei Banu Abs e dei Banū Dhubyān.

.

Le sue poesie sono state pubblicate da Wilhelm Ahlwardt in Diwans of the six ancient Arabic Poets (Londra, 1870), e separatamente da Hartwig Derenbourg (Parigi, 1869, nuova edizione rispetto a quella proposta nel 1868 dalla rivista orientalistica Journal Asiatique).

Youssef Rzouga (arabo: يوسف رزوقة‎; Ksour Essef, Mahdia, 21 marzo 1957) è un poeta tunisino, considerato uno dei maggiori poeti dell’Africa del Nord.

.

I suoi versi sono caratterizzati da una notevole tensione espressiva e da un approccio poetico innovativo e provocatorio. Le sue poesie sono raccolte in un volume ma ha pubblicato diversi altri libri.

  • Taʾabbaṭa Sharran, arabo: تأبط شراً‎ (?  – …)

Taʾabbaṭa Sharran (“che si porta un male sotto il braccio”) è il laqab di Thābit b. Jābir b. Sufyān, dei Banū Saʿd b. Fahm, sotto-tribù dei Qays ʿAylān.

Incluso con Shanfara (dei B. Azd), ʿAmr ibn al-Barrāq (dei B. Hamdān) e altri ancora fra i “predoni” (ṣaʿālik) del deserto – sorta di “poeti maledetti” dell’età preislamica – e tra i veloci “corridori” a piedi (a ciò probabilmente costretti dalla loro povertà), Taʾabbaṭa Sharran fu personaggio dotato di sprezzante coraggio e di rude quanto raffinata poesia, caratterizzata da una vivida e inusuale capacità espressiva.

.

Insieme ad Antar, Khufaf e Sulayk ibn al-Sulaka era annoverato anche fra i “corvi degli Arabi” (ʿAghribāt al-ʿArab), a causa del colorito scuro della pelle che, nel caso di Taʾabbaṭa Sharran, era dovuta al fatto che sua madre, dei Banū Kayn, era di pelle nera.

.

Circa il suo soprannome esistono diverse spiegazioni. La prima (con diverse varianti) parla del fatto che Taʾabbaṭa Sharran, al rimprovero della madre che lamentava di ricevere solo dagli altri suoi figli qualcosa da cuocere per il desinare, fosse tornato una volta a casa portando sotto braccio un montone indemoniato oppure un sacco riempito di vipere.

Un’altra spiegazione, più fascinosa e problematica, parla invece di un incontro di Taʾabbaṭa Sharran con una ghūl, il peggior tipo di jinn femmina, che si riteneva vivesse nel deserto, pronta ad uccidere i malcapitati viandanti.

.

Un’ultima spiegazione fa infine riferimento alla sua spada, apportatrice di morte, che il poeta usava portare nel suo fodero, sotto il suo braccio.

.

In un luogo chiamato Rahā Biṭān, nel territorio dei B. Hudhayl, Taʾabbaṭa Sharran si sarebbe dunque imbattuto in questa sorta di orco preislamico al femminile, e l’avrebbe uccisa quando essa avrebbe tentato di sbarrargli la via. Messosi poi il corpo sotto braccio, Taʾabbaṭa Sharran sarebbe tornato tra la sua gente e per ciò si sarebbe guadagnato il suo soprannome.

.
Chi andrà a raccontare ai prodi dei Fahm ciò che mi è capitato nella valle di Rahā Biṭān?

.
.Che io vi ho lasciato la Ġūl, corrente per una deserta piana, liscia come un foglio di carta.
Le dissi: «Siamo ambedue dei viandanti sfiniti di stanchezza: lasciami andare in pace!»
Ma ella mi si avventò contro, e io le vibrai contro la mano armata d’una lama forbita del Yemen

.
La colpii senza esitare, ed essa cadde prostrata sulle mani e sul petto.
«Torna via!» disse; ed io «adagio, ferma lì! Io son uomo dal saldo cuore»
E non cessai di starle addosso, poggiato, per vedere alla luce del mattino in che cosa m’ero imbattuto.
Ed ecco due occhi in una testa orribile, come di gatto, con la lingua forcuta;
due gambe di rattratto, un dorso di cane, una veste striata di pelo o di vecchia pelle… »

Di tale episodio viene proposta un’altra versione:

.
« … Una notte tenebrosa da un capo all’altro traversai, come la giovane donna infila dalla testa il giustacuore,
sinché l’alba sottentrò alle sue pieghe, lacerandone la veste notturna.
La passai a scrutare un fuoco di cui mi giunse il bagliore, e verso cui ora avanzai, ora mi trassi indietro.
E al mattino mi trovai vicina la Ġūl: o vicina mia, che paura facevi!
Le dissi di unirsi in amore con me, ma ella si rivoltò con viso terribile, inferocito.
E la testa della figlia dei Ginn volò via, al colpo d’un brando striato, che aveva logorato la tracolla.
Quando si smussa, io lo aguzzo sulla roccia, ed ha il filo tagliente senza che io gli faccia vedere mai il forbitore.
Per chi chiedesse dove stia la mia vicina, sappia che essa è lì, nel recesso della valle.
Sol che io voglio una cosa, vi pongo subito mano; quanto più, se dico, passo all’azione!
»

.

e ancora una variante ben differente, riportata da Masʿūdī

.

« Quando fece giorno avevo la ġūl a me vicino
(e dissi): «Ehi tu! Quanto sei spaventosa».
Le chiesi (quindi) di concedermi i suoi favori ed ella si voltò
dalla mia parte completamente trasformata.
Se qualcuno mi chiedesse della mia compagna
risponderei che essa ha stabilito dimora fra le dune (del deserto)
»

.

Il verbo impiegato per rendere la trasformazione della ġūl è “istaghala”, che ha in effetti il significato di “incutere spavento”, “tendere un’insidia” o “uccidere a tradimento” ma anche quello appunto della radicale trasformazione (caratteristica questa dei jinn) e quindi, nel caso, la possibilità di trasformarsi da essere spaventevole in essere maliardo, con cui il poeta avrebbe ben potuto intrattenere con piacere rapporti carnali, menandone poi “scandaloso” vanto con i suoi contribuli, in pieno accordo con la natura caratteriale del poeta, decisamente border line, rendendo tale versione assai più intrigante di quella tradotta da Gabrieli, da lui condotta dal testo del Kitāb al-Aghānī.

Famoso un suo carme in memoria d’un cugino morto:

.
« Ecco: io voglio offrire in dono la mia lode e mi volgo con essa al cugino mio leale e fedele, Shams ibn Mālik
sì che io commuova il suo cuore dinanzi alla tribù radunata, così come egli commosse il mio cuore col dono di nobili cammelli ben nutriti dalle foglie dell’arāk.
Pochi i suoi lamenti nei mali che lo colpiscono, molte le sue passioni, vari i suoi propositi e diverse le sue vie.
Percorre il giorno un deserto per giungere la sera ad un altro: cavalca solitario in groppa ai pericoli e alla desolazione.
Supera la corsa del vento da ogni parte che giunga con i suoi strappi e folate, ed avanza strenuo senza posa.
Quando anche un sonno gli ricucia gli occhi, mai non gli falla una guardia sicura nel cuore vigile e intrepido.
Fa dei suoi occhi la vedetta del suo cuore, pronto a trar dal fodero la spada polita e tagliente.
Quando lo muove dentro l’osso d’un avversario, lampeggiano i denti nelle fauci spalancate della Morte che ride.
Egli vede nel deserto desolato il più amico degli amici, e cammina per la sua via, là dove cammina sul suo capo la Madre degli astri risplendenti a grappoli per il cielo.
»

.

Per quanto riguarda il suo poema forse più noto, la qāfiyya, Francesco Gabrieli si diceva convinto della sua origine spuria e tardiva

Suoi sembrano essere i precedenti versi, mentre dubbi egli solleva circa i seguenti, peraltro assai noti, che disegnano il tradizionale ricorso alla vendetta:

.
« Nella gola montana di qua da Sal, c’è un ucciso il cui sangue non è corso invendicato.
Mi ha lasciato sulle spalle il peso della vendetta, e se n’è andato, ma le mie spalle possono ben portare quel peso.
Persegue in me la vendetta un nipote pronto alla zuffa, dall’inconcussa saldezza,
col capo chino trasudante veleno, come sputa veleno a capo chino la vipera maligna.


Mi è ormai lecito il vino che prima della vendetta mi era vietato ed è ben tardato a tornar lecito!
Versamelo dunque, O Suwàd ibn Amr, ché il mio corpo è sfinito dopo che mio zio non è più
Ride la iena pei monti dei Hudhayl, e vedi lo sciacallo per essi esultare,
e i vecchi uccelli da preda, fatti gonfi dal pasto, si trascinano su quei morti, e non riescono più a levarsi in volo.
»

.

Si dice che, come il amico e collega Shanfarā, Taʾabbaṭa Sharrān morisse di morte violenta, prologo logico e forse ambito dal poeta, inadatto a vivere una vita placida nell’impegnativo mondo dell’Arabia preislamica degli ultimi decenni del VI secolo e i primi del successivo secolo. Taʾabbaṭa Sharrān morì infatti a Ḥurayḍa o Rakhmān, nelle vicinanze del monte Numār, nel Ḥijāz sud-orientale per mano dei tradizionali nemici B. Hudhayl. Il suo corpo (come d’altronde quello di Shanfarā) rimase insepolto, preda delle fiere della bādiya.

http://www.bab-levante.net/arabo/afify/afify_images/massoudi12.jpg

Farò della mia anima uno scrigno per la tua anima,
del mio cuore una dimora per la tua bellezza,
del mio petto un sepolcro per le tue pene.
Ti amerò come le praterie amano la primavera,
e vivrò in te la vita di un fiore sotto i raggi del sole.
Canterò il tuo nome come la valle canta l’eco delle campane;
ascolterò il linguaggio della tua anima
come la spiaggia ascolta la storia delle onde.

***

Mostra immagine a dimensione intera

Io ti amo quando piangi
Nizar Gabbani

Io ti amo quando piangi
e amo il tuo viso annuvolato e triste.
La tristezza ci unisce e ci divide
senza che io sappia
senza che tu sappia.
Quelle lacrime che scorrono,
io le amo
e in loro amo l’autunno.
Alcune donne hanno dei bei visi
ma diventano piu’ belli quando piangono.
***

Il canto della pioggia
Badr Shakir as-Sayyab

Da quando eravamo bambini, il cielo
si copriva d’inverno
e scrosciava la pioggia,
e ogni anno, anche quando verdeggiava
la terra, eravamo affamati;
non c’è anno che in Iraq non sia fame.
Pioggia…
Pioggia…
Pioggia…
In ogni goccia di pioggia
sono rossi o gialli germogli di fiori.
Ogni lacrima di affamato e di ignufo,
ogni goccia che brilla del sangue dell’uomo
è un sorriso che attende nuove labbra
o un sogno che appare sulla bocca del bimbo
nel giovane mondo di domani, donatore di vita!
Pioggia…
Pioggia…
Pioggia…

La notte del destino
Younis Tawfik

Nei varchi tra la notte
e l’impossibile,
sotto un velo di neve,
ti ho inteso gridare le forme delle piaghe
e nella tenda del silenzio soffrivi l’eco:
condividevi il terrore con il tuo assassino,
aprivi il petto al vento,
mettevi catene alla passione
e per il pianto…
E’ la Notte del Destino,
perciò strappati il manto della sopportazione,
e sacrifica gli occhi ai numi della guerra,
finché le tue visioni non verran meno…
E’ notte di ghiaccio
ed è di fuoco,
è notte
che gli specchi del cielo vedono
infrangersi
…e ne scendono lune,
come fossero pioggia di pietra…
Fisso così il tuo nome
ed il tuo volto,
fisso la morte finché arriva il giorno.
Ma intanto, tu
spartisci il mio tormento e poi scompari,
ti trasformi in miraggio dell’infanzia,
penetri nel segreto del deserto
e il tuo cuore fiorisce sulla sabbia,
simile a un girasole, un canto funebre.
Intanto, tu
diventi il riso di bambino che la vita ha ucciso
e in questa notte rinasce, quando
Dio scende, plenilunio triste,
sopra i due fiumi,
e sugli schieramenti delle palme.

***

Di Nizar Qabbani, il poeta siriano che a ragione viene ritenuto uno tra i piu’ raffinati esponenti della poesia araba contemporanea :

O Signore, il mio cuore non mi basta piu’,
quella che io amo e’ grande quanto il mondo:
mettimene nel petto un altro
che sia grande quanto il mondo.

Continui a chiedermi la data della mia nascita
prendi nota dunque
cio’ che tu non sai,
la data del tuo amore:
quella e’ per me la data della mia nascita.

Io non ho detto loro di te
ma essi videro che ti lavavi nelle mie pupille
io non ho parlato loro di te
ma essi ti hanno letto nel mio inchiostro e nei miei fogli
L’amore ha un profumo
non possono non profumare i campi di pesco.

La cosa piu’ bella del nostro amore e’ che esso
non ha razionalita’ ne’ logica
La cosa piu’ bella del nostro amore e’ che esso
cammina sull’acqua e non affonda.

***

Di Nazik al-Malaika, poetessa contemporanea che ha inaugurato nella poesia araba d’Oriente (Iraq) la strofa libera, sciolta dal metro e dalla rima della tradizione classica:

La fine della scala

… Sono passati dei giorni senza incontrarci.
Tu sei la’, dietro il traguardo dei sogni,
in un orizzonte circondato di ignoto.

E io cammino, e vedo, e dormo,
consumando i miei giorni e trascinando il mio dolce domani,
che fugge verso il passato perduto.
I sospiri consumeranno i miei giorni finche’ tu torni?

***

Di Fatima Mernissi, sociologa marocchina contemporanea e studiosa del’Islâm:

…Racconterei loro dell’impossibile
di un mondo arabo nuovo, dove uomini e donne
avvinti in un abbraccio, volano nella danza
via, senza piu’ frontiere tra loro, ne’ paure…
Li condurrei per mano a camminare
dove la differenza non pretende veli
i corpi delle donne si muovono con naturalezza
e i loro desideri non portano dolore

***

Di Ibn Hamdîs, il maggior poeta arabo-siciliano dell’XI sec. :

Profumo di donna

Il profumo di lei! Tu credi che il suo amplesso e quella che lo procura siano tutto il paradiso.
Si schiude la rosa della guancia sul ramo della sua persona, e ivi fiorisce la camomilla del sorriso.
Ascoltar la sua parola e’ un gradevole passatempo, come il diletto del vino o d’un canto improvvisato.
Mentre la tengo stretta a me, mi racconta i suoi segreti, e la mia bocca raccoglie dalla sua intime confidenze.
Quando le Pleiadi adornano il sommo della notte, offrendo nelle mani dell’alba un mucchietto di stelle, trovo le sue labbra dolci, come fossero infuse di vino vecchio miscelato con muschio.

Quadretto

Sentila che parla: raccogli nel tuo orecchio fiori di giardino, morbidi di rugiada.
Discorrere con lei non viene a noia, come non viene a noia l’aria pura.
Le sue ciglia rinchiudono la spada di uno sguardo, che fa ringuainare i brandi piu’ taglienti.
Qualsiasi rimprovero provenga da lei e da me, il suo e’ una civetteria, il mio una vilta’.

Incontro

Quando i corpi s’incontrarono, senza alcun sospetto, e gia’ le anime si eran consunte di passione,
cogliemmo – senza che ci fosse imputato a colpa – i frutti di un piacere che si colgono quando si piantano.
Quando poi svanirono le stelle, levando una bandiera sulla quale s’appressava la luce e dalla quale svanivano le tenebre,
sospirai sbigottito, ma solo sospirai per lo spuntar dell’aurora.
O aurora, non venire, tu mi fai desolato; o notte, non andar via, tu mi dai gioia!

***

Di ŒAlî al-Ballanûbi, poeta medioevale arabo di Sicilia:

Lo baciai e fu l’ardore
del mio cuore sul suo volto.
Osai e pero’ poi mi negai alla sua bocca
poiche’ la passione da’ e la paura toglie ardire.
Prima del’abbraccio non sapevo
quanto gli bruciasse il petto nel costato.
Di Ibn Hazm, uno tra i piu’ celebri intellettuali dela Spagna musulmana dell’XI sec. :
Quando ti lasciai, non caminai se non con il passo di un prigioniero che vien condotto alla morte.
Nel venire a te, mi affretto sollecito come la luna quando percorre la volta celeste.
E il mio dipartirmi, se mi diparto, e’ tardo come le stelle fisse, alte nel cielo.

Una gazzella, simile alla luna piena, pari a un sole non offuscato da nuvole
ha catturato il mio cuore con languidi sguardi, e con una vita sottile qual ramo, in bell’armonia di forme.
A essa mi sono inchinato come un umile amante, e fatto piccino come si fa piccino l’uomo perdutamente innamorato.
Unisciti a me, o tu cui offro in riscatto la mia vita, in un’unione lecita, giacche’ non amo una unione nel peccato.

Vorrei che mi fosse spaccato con un coltello il cuore, che tu vi fossi introdotta e che poi venisse richiuso nel mio petto.
E che quivi tu rimanessi, senza prendere altra dimora, sino alla fine del di’ del Giudizio e della resurrezione…

***

Di Omar Khayyam, astronomo, matematico, filosofo, teologo persiano dell’XI sec., nonche’ autore delle “rubaiyyat”, le Quartine:

Guai a quel cuore in cui non e’ ardor di passione, che non e’ pazzo per l’amore d’una bella persona. Un giorno che tu abbia trascorso senza amore, non v’e’ per te altro giorno piu’ perduto di quello

***

Di un anomimo beduino:

O mio cammello mogano chiaro, perche’ scruti tanto il monte Tufrik? Tu sai che e’ la’ la medicina dei miei occhi.

***

Di Serki ag Mokammed, poeta beduino:

Figlia di Guggu’, questo mio cuore e’ tuo, se tu lo vuoi, e i tuoi parenti acconsentono. Se vuoi, vendilo come schiavo, se vuoi, fallo fondere al sole. Figlia di Guggu’, le mie mani sono tue; figlia di Guggu’, le mie visite serali sono per te. Dammi la risposta che e’ nella tua anima.

***

Di poeti anomini Tuareg:

Amore mio,
credevo un tempo di non amarti,
quando sono venuti a dirmi che eri morto laggiu’.
Sono salita sulla collina
dove sara’ la mia tomba,
ho ammassato delle pietre,
vi ho sepolto il mio cuore.
In un alito di vento
sento il tuo respiro
ed esso accende in me
un nostalgico desiderio.

… Come per te e’ meravigliosa la tua donna,
Fatima per me fra tutte e’ la piu’ bella,
lei che Dio creo’ perfetta tra le donne,
non somigliano alle altre le sue mani, i suoi piedi, l’aspetto del volto, la forma dei fianchi,
i suoi occhi truccati con cura
su cui scendono, mio Dio, sopracciglia
di un nero profondo,
il suo naso ben modellato che ferisce il cuore
come l’erba nel fuoco.
Il seno risplende sul busto e illumina il collo,
come piume di struzzo i capelli ricoprono il capo,
sulle spalle ricadono gli amuleti confusi,
se guardi i suoi fianchi, la follia ti rapisce,
le anche racchiudono un florido ventre,
le cosce son quelle di ben nutrita puledra,
lunghe e robuste le gambe,
ben alti i suoi glutei,
ondeggianti quand’ella cammina…

… A te mi avvicino, il mio velo ti sfiora
le guance, e deciso a te mi rivolgo,
con dolcezza sussurro parole d’amore.
Mi dici: “Sei vecchio, vai via”,
ti dico: “Taci, donna perduta”.
Ridi al reciproco scherzo,
ti alzi sollevando come un otre
il tuo petto, ti bacio
tra il collo e le spalle, ti bacio sugli occhi…

***

Pensa agli altri
di Mahmoud Darwish
.
Mentre prepari la tua colazione, pensa agli altri,
non dimenticare il cibo delle colombe.
Mentre fai le tue guerre, pensa agli altri,
non dimenticare coloro che chiedono la pace.
Mentre paghi la bolletta dell’acqua, pensa agli altri,
coloro che mungono le nuvole.
Mentre stai per tornare a casa, casa tua, pensa agli altri,
non dimenticare i popoli delle tende.
Mentre dormi contando i pianeti, pensa agli altri,
coloro che non trovano un posto dove dormire.
Mentre liberi te stesso con le metafore, pensa agli altri,
coloro che hanno perso il diritto di esprimersi.
Mentre pensi agli altri, quelli lontani, pensa a te stesso,
e di’: magari fossi una candela in mezzo al buio.
Carta d’identità
di Mahmoud Darwish
Prendi nota
sono arabo
carta di identità numero 50.000
bambini otto
un altro nascerà l’estate prossima.
Ti secca?
Prendi nota
sono arabo
taglio pietre alla cava
spacco pietre per i miei figli
per il pane, i vestiti, i libri
solo per loro
non verrò mai a mendicare alla tua porta.
Ti secca?
Prendi nota
sono arabo
mi chiamo arabo non ho altro nome
sto fermo dove ogni altra cosa
trema di rabbia
ho messo radici qui
prima ancora degli ulivi e dei cedri
discendo da quelli che spingevano l’aratro
mio padre era povero contadino
senza terra né titoli
la mia casa una capanna di sterco.
Ti fa invidia?
Prendi nota
sono arabo
capelli neri
occhi scuri
segni particolari
fame atavica
il mio cibo
olio e origano
quando c’è
ma ho imparato a cucinarmi
anche i serpenti del deserto
il mio indirizzo
un villaggio non segnato sulla mappa
con strade senza nome, senza luce
ma gli uomini della cava amano il comunismo.
Prendi nota
sono arabo e comunista
Ti dà fastidio?
Hai rubato le mie vigne
e la terra che avevo da dissodare
non hai lasciato nulla per i miei figli
soltanto i sassi
e ho sentito che il tuo governo
esproprierà anche i sassi
ebbene allora prendi nota che prima di tutto
non odio nessuno e neppure rubo
ma quando mi affamano
mangio la carne del mio oppressore
attento alla mia fame,
attento alla mia rabbia.
.
Da : La voce più bella
di Ali Rashid

 


  
Share

2,666 total views, 8 views today

Senza l'esperienza e una buona dose di umiltà, la scrittura -sia in prosa che in poesia- rimane puro estetismo. Senza essersi fatti le ossa attraverso uno «studio matto e disperatissimo» non si raggiungerà mai la capacità di dare un fondamento logico al linguaggio idoneo ad ogni situazione. L'adagio che afferma come «non si nasca imparati» ha questo sapore.

La redazione

Ciò che il pubblico critica in voi, coltivatelo. Quello, siete voi.

Jean Cocteau

Leave a Reply

Bad Behavior has blocked 10536 access attempts in the last 7 days.

Leggi anche...close