Poesia Cinese


La lingua cinese ha una natura intrinsecamente poetica, in quanto lingua che, attraverso il disegno, esprime al tempo stesso la rappresentazione riconoscibile del reale e la rappresentazione, in quanto assenza, dell’ineffabile. Una lingua di poesia, dunque, ma non della pausa o della sospensione, bensì dell’essere e del non-essere.

Il percorso parte dal mitico Shijing (Libro delle Odi, 1753 a.C.), e dall’arte del poeta-patriota suicida Qu Yuan (332-295 a.C.

L’arte di scrivere versi in Cina raggiunse un’espressione altissima durante l’epoca T’ang ( 618-905 d.C. ). L’edizione completa delle liriche di questo periodo è formata da una trentina di volumi con circa quarantanovemila poesie. La scelta comprende liriche di un solo tipo dette “quartine brevi”, che per il loro metodo diretto, può rendere l’idea dei metodi espressivi della poesia cinese

http://turismo.parma.it/allegato.asp?ID=229524Fan Yun (451-503)
Di nome faceva Yanlong, era originario di Wuyin, un villaggio nel sud (a nord dell’attuale distretto di Qinyang, provincia di Henan). In qualità di funzionario della dinastia Qi del sud giunse a ricoprire la carica di prefetto di Guangzhou. Quando (502) subentrò la dinastia Liang del sud, divenne presidente del Ministero della funzione pubblica.

Jiang Zong (518-590)
Di nome faceva Zongchi, era originario di Jiyang Kaocheng (l’attuale distretto di Lankao, provincia di Henan). Ebbe i primi incarichi pubblici durante la dinastia Liang del sud. Poi ne ebbe durante la dinastia Chen. Infine dovette rendere omaggio alla subentrante dinastia Sui.

He Xun (?-518)
Di nome faceva Zhongyan, era originario di Tonghaitan (a ovest dell’attuale distretto di Tancheng, provincia di Shandong). A otto anni già sapeva scrivere poesie. All’età di vent’anni circa ottenne il titolo di xiucai (“valente scrittore”). Era di umili origini. Fece carriera nell’epoca di regno denominata Tianjian (502-519) dell’imperatore Wudi della dinastia Liang del sud

Liu Chang (435-498)
Di nome faceva Xiudao, era il nono figlio dell’imperatore Wendi della dinastia Liu Song. Prima che fosse decisa la successione al trono, si sospettò che Chang avesse diverso intendimento. Nel sesto anno (465) dell’epoca di regno denominata Heping fuggì presso la dinastia Wei del nord.

Liu Xiaochuo (481-539)
Di nome faceva Ran, di soprannome Ashi, era originario di Gucheng (l’attuale Xuzhou, provincia di Jiangsu). Ebbe importanti cariche pubbliche.

Lu Kai (? – dinastia Liu Song, 420-479)
Di nome faceva Zhijun, era originario di Dai (a est dell’attuale distretto di Yu, provincia di Hebei). Amava sinceramente studiare, e fu lodato per la sua fede e per la sua pazienza. Divenne governatore di commanderia a Zhenping, e vi rimase in carica per sette anni. Fu nominato “funzionario retto”.

Tao Hongjing (457-537)
Di nome faceva Tongming, era originario di Danyang Weiling (nel territorio dell’attuale città di Nanchino). Si ritirò sul monte Juqu shan (le attuali Maoshan), che lui stesso denominò “Residenza nascosta di Huayang”. Quando era sul trono l’imperatore Wudi (502-549) della dinastia Liang del sud, in più occasioni gli furono offerti incarichi pubblici, ma Tao Hongjing non volle mai uscire dai monti.

Wu Jun (469-519)
Di nome faceva Shuxiang, era originario di Wuxing guzhang (a nord ovest dell’attuale distretto di Anji, provincia di Zhejiang). Di famiglia povera e umile, divenne primo segretario di Wei, principe di Jian’an, e rispettoso servitore del Paese.

Xie Tiao (464-499)
Di nome faceva Xuanhun, era originario di Yangxia nella commanderia di Chenjun. Di famiglia nobile, la madre era principessa di Changcheng durante la dinastia Liu Song, ebbe incarichi pubblici sotto la dinastia Qi del sud fino a raggiungere la carica di funzionario aggiunto della Cancelleria imperiale nel Ministero della funzione pubblica.

Xue Daoheng (539-609)
Di nome faceva Xuanqing, era originario di Hedong Qinyin (a nord est dell’attuale distretto di Caihe, provincia di Shanxi). Ebbe incarichi pubblici durante le dinastie Qi del nord (550-577), Zhou del nord (577-581), Sui (581-618).

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Coppia di poesie nella dimora di Fan Yun a Guangzhou

1. Poesia d’addio

(Fan Yun)

A est e a ovest delle mura di Luoyang
A lungo saluto il tempo che passa.
Prima se n’è andata la neve che pareva fiori,
Ora vengono i fiori che sembrano neve.

2.

(He Xun)

Nella pioggerella si levano i vapori della sera,
D’un tratto si estendono le tenebre opprimenti.
Non è da signori amare le sale affollate,
E quindi vado a mettere ordine ai solchi dei carri.

***

Salutandoci

(He Xun)

Sono già centinaia i ricordi nel mio cuore di forestiero,
È ancora lunga migliaia di li la strada del mio viaggio solitario.
Il fiume si oscura: sta per piovere;
Le onde si fanno bianche: comincia a tirare vento.

***

Accompagnando il Ministro … entro nella città di Wucheng

(He Xun)

Seguendo il vento turbinano a riva le foglie;
Pioggia a raffiche oscura il fluire del fiume.
La gente del posto dovrebbe già aver fatto ritorno:
Invano desidero una barca che ci accompagni.

***

Pensieri di una donna per il suo uomo, due poesie

(He Xun)

1.

L’animo passa, il corpo è già andato;
Le forcine sono cadute, mentre si appoggia ancora al cuscino.
Vorrebbe andare, senza più lacrime agli angoli degli occhi;
Ma non vede, e la tristezza è ancora tanta.

2.

In segreto, nel luogo dove ricama,
Sotto la finestra, verso il luogo dove si trucca…
Vorrebbe non ricordare quando il suo animo fu ferito,
Ma scordare, e non andarsene triste.

***

Disappunto negli appartamenti femminili, due poesie

(He Xun)

1.

Le foglie del bambù stormiscono alla finestra rivolta a sud;
La luce della luna illumina il muro posto a est.
Chi capisce che nella notte è lei sola a esserne conscia,
Davanti al cuscino lascia cadere un paio di lacrime.

2.

Negli appartamenti femminili un viandante si è fermato;
Sulla palizzata dell’edificio l’ombra, alla luna, è obliqua.
Colei che è capace di scendere dalla finestra volta a nord,
Da sola va verso i fiori del giardino posteriore.

***

Canto al vento di primavera

(He Xun)

Lo si può sentire, non lo si può vedere;
È forte, poi di nuovo debole.

Davanti allo specchio fluttua e cade la cipria;
Dalle corde del qin si levano le ultime note.

***

Accompagnando Chu Ducao

(He Xun)

In accordo con il volere del mio signore, vado insieme con l’ospite;
E anch’io ritorno, affaticato dalle cariche pubbliche.
In principio volevo fermarmi a riposare insieme;
Ma ora che ho finito, me ne volo indietro.

***

La notte della partenza, ascoltando le note dalle corde del qin

(He Xun)

La partenza adesso è arrivata;
Ma le note dalle corde del qin e del se si fanno malinconiche.
La bella si comporta con molto disappunto:
Sono di nuovo tristi le sue lunghe ciglia.

***

Nel giardino, vedendo la bella

(He Xun)

Le maniche di seta fine si arrotolano nel vento;
Le forcine di giada brillano sotto gli alberi.
Con il ventaglio rotondo raccoglie i fiori caduti;
Poi di nuovo lo solleva, a velare una traccia di sorriso.

***

Disappunto di una donna nei confronti del suo uomo

(He Xun)

Le rondini si dilettano e tornano sotto il cornicione;
Volano confuse, e scendono davanti al suo cuscino.
Il suo cuore il signore non lo vede;
Si asciuga le lacrime, e siede ad accordare lo strumento.

***

Nel giardino meridionale

(He Xun

) Il portone dei fiori apre mille porte;
La porta del giardino spalanca diecimila battenti.
Dalla torre e dagli edifici si sentono movimenti come di perle;
Le canne del bambù si vedono attraverso i vestiti di seta fine.

***

Pensiero sulla muraglia alla frontiera

(He Xun)

I salici sono gialli, non hanno ancora messo le foglie;
L’acqua è verde, c’è muschio nel mezzo.
Intorno alla muraglia, alla frontiera, iniziano i colori della primavera:
Il forestiero pensa che vengano dal suo paese.

***

Poesie a due non finita, che Jiang Ge ha donato al Segretario He (Xun)

(Jiang Ge)

Le scaglie del drago più non risplendono;
Le ali della fenice qui sono state tagliate.
Nel passato com’èra tutto elegante;
In quest’epoca com’è tutto così tortuoso!

***

In risposta alla poesia a due non finita di Jiang Ge

(He Xun)

Oggi mi mancava la voglia di scrivere;
Quando ho trovato allegata la tua bella calligrafia.
La mia opera non abile non è certo da paragonarsi:
Lo stile, come potrei oggi elevarlo?

***

Un’altra donata al Segretario He (Xun)

(Jiang Ge)

Le scimmie attuali sono scimmie brave a parlare;
Disputano, si oppongono, oggi conoscono le composizioni eleganti.
Inoltre gli piace tenere in mano le coppe di vino;
Senza principi eccedono negli abiti che indossano.

***

Un’altra in risposta a Jiang Ge

(He Xun)

Sopra gli alberi di giuggiolo sono incomparabili le scimmie:
L’estrema bellezza, come la si può misurare?
Vorrei saper essere com’è (il mostro acquatico) Wangxiang,
E iniziare realmente a vedere le cose minute e insignificanti.

***

Accompagnando il ministro a Changsha

(He Xun)

Da solo rimango per due notti a Nanpu:
Ho atteso di separarci per poi navigare verso ovest;
Finora un sorriso è stato l’addio,
Ma poi anche l’estate si farà autunno.

***

Tre poesie perdute e ritrovate

(He Xun)

1.

Sul mondo corrono in folla i signori,
Fra la gente diminuiscono in moltitudine i saggi.
Al lago di corte (di Bi Costellazione del Toro) si discute di ricompense,
E Jiang va a provocare il nemico e ci fa un giro.

2.

Una sola alba e ho lasciato la camera orientale,
Per mille autunni sono stato inviato a Beimang.
Se soltanto lo xiao, il flauto di Pan, del forestiero intona melodie,
I di, i flauti a 7 fori, dei dintorni si intristiscono.

3.

Prendo il qin, il liuto, e mi avvicino a Ruanji,
Rabbocco il vino e raggiungo Yangxiong.
Le piante di loto in fila coprono convenientemente l’acqua,
I salici, che s’inchinano delicatamente, trascinano il vento.

***

Poesia donata a Fan Ye

(Lu Kai)

Ho colto dei fiori, mentre mi veniva incontro un corriere,
E te li ho spediti proprio io che sono del nord, di Longshan;
Tu, nel Jiannan, nel tuo sud, non ci sei,
E ho voluto essere io a mandarti un ramo della primavera.

***

Il viaggio di Wang Sun

(Xie Tiao)

L’erba verde si tende come seta;
Sugli alberi crescono le foglie rosse.
Nemmeno a parlarne: tu non fai ritorno!
Tu torni solo quando il profumo è svanito.

***

Gli uomini ogni giorno sperano di tornare

(Xue Daoheng)

Siamo entrati in primavera già da sette giorni,
E io ho lasciato la mia casa oramai da due anni.
Ma gli uomini tornano dopo che sono passate le oche selvatiche:
Spero soltanto di partire prima che ci siano i fiori.

***

Tornando dalla città di Chang’an alla città di Yangzhou, poesia del nono giorno del nono mese lunare, andando al padiglione del Monte delle Felci

(Jiang Zong)

Con il cuore accompagno le nubi che vanno a sud,
Mentre cammino seguendo le oche selvatiche che vengono da nord.
Nel mio paese, tra i crisantemi, sotto la staccionata di bambù,
Oggi quanti sono i fiori che sbocceranno?

***

Poesia breve

(Liu Chang)

Sono arrivate delle nubi bianche e hanno adombrato la trincea;
Si è alzata della polvere gialla e ha oscurato il cielo.
Valichi e monti sono interrotti da ogni lato,
E il mio paese a quante migliaia di li si trova?

***

A Wang Lin

(Yu Xin)

La strada per il Passo della Porta della Giada è lunga;
La lettera spedita da Nanchino è andata lontano.
Solo dopo aver versato lacrime per mille vie
Si potrà aprire la lettera dei diecimila li.

***

Poesia in risposta alla domanda dell’Imperatore: “Che cosa c’è dentro le montagne?

(Tao Hongjing)

Che cosa c’è dentro le montagne?
Sopra le montagne ci sono tante nuvole bianche!
L’armonia la si può sentire soltanto da soli,
Non la si può consegnare neanche a un sovrano!

***

Poesiola tra i monti

(Wu Jun)

Dal pendio dei monti vedo venire della nebbia,
Nel mezzo del bambù intravedo il sole che cala.
Gli uccelli dal bordo del tetto si levano e prendono il volo,
Le nubi che arrivano escono fuori dalle finestre.

***

Canto d’autunno a mezzanotte

(anonimo)

Il vento d’autunno entra dalle finestre
Le tende di seta prendono ad agitarsi mosse dal soffio.
Alzo il capo e guardo la luna che splende,
E provo gioia per i raggi che vengono da migliaia di li.

***

Separazione dei fratelli

Per vivere bisogna correre tutto il giorno,
Noi fratelli siamo costretti a separarci.
E la cosa che rattrista maggiormente,
E’ la lampada solitaria in una lunga notte di pioggia.

Ritorno a casa, ma per poco, parto di nuovo,
E la sera aggiunge maggiore dolore.
Gli innumerevoli salici lungo la strada
Sono l’immagine della sofferenza.

Ci separano sempre per un anno.
Per mille li* il vento porta la nave del viaggiatore.
C’è una parola che va ricordata,
Nello scrivere, il successo non dipende dal cielo.
*Il li è un’unità di misura corrispondente a circa 500 metri
Lu Xun

(da:”Ballate del dissenso”.Traduzione di Paolo Galvagni, su Poesia, anno V, ottobre 1992, n. 55, Crocetti Editore)

Sogni

Molti sogni sollevano frastuono nel crepuscolo.
Quando un sogno soffoca il precedente,
Dal sogno seguente viene cacciato.
I sogni passati sono neri come inchiostro.
Anche i sogni presenti sono neri come inchiostro:
E quello presente e quello passato esitanti dicono:
“ Guarda ho davvero un bel colore”.
Forse il colore è bello, nell’oscurità non si capisce,
E inoltre non si sa chi sia a parlare.

Nell’oscurità non si capisce, con la febbre e il mal di testa.
Vieni, vieni, sogno trasparente.
Lu Xun

(da:”Ballate del dissenso”. Traduzione di Paolo Galvagni, su Poesia, anno V, ottobre 1992, n. 55, Crocetti Editore)

Wang Wei
(699-759)
e P’Ei Ti

La conca del muro di Méng

La mia nuova casa
è all’inizio del muro di Mèng,
fra vecchi alberi
e resti di cadenti salici.
L’altro, dopo di me,
chi sarà?
Vana la sua mestizia
per questa che fu mia.

La mia nuova capanna
è sotto il vecchio muro:
a volte salgo
all’antico recinto.
Il vecchio muro
nulla ha più del passato,
uomini d’oggi, incuranti,
vengono e vanno.
Wang Wei e Pei Ti

(da: “Poesie del Fiume Wang”, Traduzione dal cinese di Martin Benedikter, Einaudi, 1972)

Il recinto dei magnoli

D’autunno il monte accoglie
gli ultimi raggi;
voli d’uccelli seguono
i primi stormi.
Bagliore di smeraldo
a tratti sparso s’accende.
La foschia della sera
non ha dove restare.

Dalla volta di luce
all’ora che tramonta il sole,
la voce degli uccelli
si confonde con l’altra, del torrente.
La verde via del ruscello
volge alla lontananza;
gioia della solitudine,
avrai tu mai fine?
Wang Wei e P’ei Ti

(da: “Poesie del fiume Wang”, Traduzione dal cinese di Martin Benedikter, Einaudi, 1972)

Il sentiero delle sofore

Sul sentiero in disparte,
al riparo delle sofore,
nel segreto dell’ombra
rigoglia il verde muschio.
Rispondono, alla porta:
appare, solo, e mi saluta, il servo.
Credevo già venuto
il monaco del monte.

A sud della porta,
lungo le sofore,
è il sentiero sul ciglio,
che mena al lago I.
Quando giunge l’autunno,
piove molto sul monte;
le foglie che cadono
nessuno le raccoglie.
Wang Wei e P’ei Ti

(da:”Poesie del fiume Wang”, traduzione dal cinese di Martin Benedikter, Einaudi, 1972)

Canto dell’ahimè

(anonimo)

Da Jiangling vado a Yangzhou,
Ci sono tremila e trecento li;
Ne ho già fatti mille e trecento,
Me ne restano altri duemila.

(Traduzione di Antonio De Biasio)

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CANTO DEI FIORI DI SALICE

Lievi volano
non portati dal vento.
Lievi cadono
non sfiorando la terra.
In ridda confusi, danzano
nel limpido spazio:
sì che libero vaga
il mio pensiero.

Liu Yu-hsi

ADDIO A PRIMAVERA

Di giorno in giorno
invecchiamo invano.
Anno per anno
la primavera torna.
Rallegriamoci ancora
al vino della coppa;
a che piangere i fiori
che volano.

Wang Wei

QUARTINA BREVE

Sul labile fiume
la luna segue le rocce.
Nel cavo specchio del ruscello
le nubi s’accostano ai fiori.
L’uccello cerca il nido
e sa la nota via.
La barca passa:
dove riposerà?

Tu Fu

PIOGGIA NOTTURNA

Mattina: dei grilli il grido
s’alza e si posa.
L’ultima fiamma nella lucerna
muore e s’avviva.
Dietro la mia finestra, cade, lo so,
la pioggia notturna
e prime la sussurrano
le foglie dei banani.

Po Chü-i

NEVE SUL FIUME

Su mille cime si dilegua
degli uccelli il volo.
Su diecimila vie muore
degli uomini la traccia.
In solitaria barca, un vecchio,
manto di giunco e tesa di bambù,
nella neve e nel gelo
del fiume, solo, pesca…

Liu Tsung-yuan

GUARDANDO NELLO SPECCHIO

Passano gli anni
svanisce il roseo volto,
col passo del dolore
s’imbianca la mia chioma:
allo specchio, stamane,
di quello scrigno aperto,
mi credei un altro,
incontrai un ignoto.

Li Ch’ung-ssu

( Da Venti “quartine brevi” cinesi del periodo T’ang, Sansoni, Firenze

***


Tre suggestive poesie di Wei Yingwu (nn.28, 29 e 31 del Tang Shi).

CONGEDANDOMI DAL SEGRETARIO YUAN MENTRE LA BARCA ALZA LE VELE SULLO YANG-TSE

Desolato lascio parenti ed amici
e salgo sul battello che dondola immerso nella nebbia
per ritornare a Luoyang.

Ascolto gli ultimi rintocchi delle campane
tra gli alberi del Guanling.

Questo è il mattino in cui ci diciamo addio.
Dove ci incontreremo ancora?

Il nostro destino è come una barca sulle onde:
giù per il fiume,
ora in mezzo ai gorghi,
ora in acque tranquille,
dobbiamo navigare.

POESIA DEDICATA ALL’EREMITA TAOISTA DEL MONTE QUANJIAO

Fa freddo oggi nel mio studio
ed improvvisamente penso
all’amico che sta sui monti.

Raccoglie nei valloni
legna e sterpi
per accendere il fuoco.

Ritorna alla sua capanna
e scalda la stufa.

Vorrei potergli portare di lontano
un bicchierone di vino
per rincuorarlo
in questa notte di vento e di pioggia.

Ma sulla coltre di foglie morte
che copre i nudi pendii
come farò a ritrovare le sue tracce?

TAPPA SERALE NEL DISTRETTO DI XIAN

Ammainiamo le vele
e ci ancoriamo
presso il villaggio di Huai.

La barca dondola sul fiume,
accanto all’imbarcadero.

Un’improvvisa raffica di vento
increspa la superficie dell’acqua.

Si fa sera, il sole si perde
nell’oscurità che avanza.

La gente sta tornando a casa.
Svaniscono i contorni delle montagne.

Un volo di oche selvatiche discende
tra la sabbia, nel bianco canneto.

Solo nella notte,
penso al valico di Qin
ed ascolto i rintocchi delle campane
mentre attendo invano il sonno.

***

Di Wei Yingwu (736-830 d.C.),”Tong jiao” (n.32 del Tang Shi)

Sembra scritta ieri, tanto il suo tema appare attuale, e ci mostra che lo stress non è un’invenzione moderna.

UNA PASSEGGIATA IN CAMPAGNA

Tutto l’anno sono rimasto chiuso in ufficio.
Oggi, alle prime luci dell’alba,
faccio una passeggiata fuori città.

Pioppi e salici tremolano al vento
e le montagne azzurrine quietano i miei affanni.

Mi appoggio ad un albero per riposarmi un attimo.
Cammino su e giù lungo la riva di un ruscello.

Un velo di nebbiolina umida copre i campi profumati.
Una tortorella canta la primavera, chissà dove.

Lieto e rilassato, sosto qua e là,
ma, ecco, ripenso ai miei impegni
ed accelero il passo.

Dovrei lasciare il lavoro
e costruirmi una casetta in campagna.

Beati coloro che hanno il coraggio di farlo.

Ed ecco la testimonianza di un collega di Wei Yingwu, Liu Zongyuan (773-819 d.C.), che può godersi la casetta in campagna, anche se per decisione insindacabile dei superiori. ( “Qi Ju”, n. 35 del Tang Shi).

LA CASA IN RIVA AL RUSCELLO

Quant’ero stanco di dover sempre essere
perfettamente pettinato e tutto agghindato.

Che fortuna il trasferimento
in questo sperduto paesello del Sud,
dove ho per vicini contadini e giardinieri,
dove mi sento ospite delle montagne e dei boschi.

La mattina zappo il mio orticello,
rivoltando le erbe ancora umide di rugiada.

La sera, sulla mia barchetta, navigo,
con rumore di remi, tra le rocce del torrente.

Vado avanti ed indietro senza incontrare anima viva.
Canto a lungo allegramente e guardo il cielo azzurro.

Poesia cinese contemporanea

回归

不要睡去,
不要亲爱的,
路还很长不要靠近森林的诱惑
不要失掉希望

请用凉凉的雪水
把地址写在手上
或是靠在我的肩膀
度过朦胧的晨光

撩开透明的暴风雨
我们就会到达家乡
一片圆形的绿地
铺在古塔近旁

我将在那儿
守护你疲倦的梦想:
赶开在一群群黑夜
只留下铜鼓和太阳

在古塔的另一边
有许多细小的海浪
悄悄爬上沙岸
收集着颤动的音响

Ritorno

Non andare a dormire, no
Amore mio, la strada è ancora lunga
non accostarti alle seduzioni della foresta
non perdere la speranza

Per favore con gelida acqua di neve
scrivi l’indirizzo sulla mano
oppure appoggiati alla mia spalla
per attraversare la semioscurità dell’alba

Aperta la tempesta trasparente
possiamo ritornare a casa
un cerchio di terra verde
si stende vicino a un’antica pagoda

Io sarò là
difenderò i tuoi sogni sfiniti:
respingerò folle di notti nere
lascerò solo i tamburi di bronzo e il sole

Dall’altro lato dell’antica pagoda
molte minuscole onde del mare
si arrampicano sulla sabbia silenziose
raccogliendo suoni tremolanti…

***

La mia poesia
Somiglia ai piccoli fiori senza nome
Che si aprono quieti
In mezzo alle umane solitudini,
seguendo brezze e piogge di stagione.

(“Fiori senza nome”, Wuming de xiaohua)

Gu Cheng (Pechino 1956 – Auckland 1993), con la sua precocissima vena poetica spezzata da una vicenda autobiografica tragica e raccapricciante – muore suicida dopo avere assassinato la moglie con una sorte d’ascia – è stato uno dei più significativi poeti cinesi delle nuove generazioni.
La vicenda umana dle poeta, esule in Nuova Zelanda, con il suo fortissimo valore simbolico, rappresenta la parabola estrema dello straniamento e della disperazione dell’intellettuale che ha lasciato la propria terra e non riesce a ricostituire un legame accettabile con la realtà circostante, né, probabilmente, ad alimentare le sorgenti della propria ispirazione.
Questo volume ne ripercorre i tratti salienti, ma vuole soprattutto presentare al lettore italiano un universo poetico la cui eco permarrà oltre il ricordo della vicenda biografica. Esso muove da radici lontanissime e affondate nelle esperienze dell’infanzia, percepite con sensibilità non di rado emozionante, quella stessa acutezza nel sentire che forse ha reso Gu Cheng inadeguato alla vita.

“Kong Yi Ji” di Lu Xun (1881-1936) è un breve racconto che descrive con spietato realismo la decadenza di un intellettuale fallito negli ultimi anni della dinastia Qing. Qui sotto le prime due pagine della traduzione italiana, cui faranno seguito nei prossimi giorni le altre pagine.

Kong Yi Ji

Le osterie di Luzhen hanno in comune una caratteristica che le rende diverse da quelle delle altre città: esse hanno tutte, di fronte alla facciata che dà sulla strada, un grosso banco curvo a forma di squadra, nel quale viene conservata l’acqua calda che serve ad intiepidire il vino di riso prima del consumo.

Una ventina di anni fa gli operai che terminavano il loro turno di lavoro verso mezzogiorno o verso sera avevano l’abitudine, appena usciti dalla fabbrica, di spendere quattro soldi – erano veramente quattro monete di rame – per bere un bicchierino. ( Parlo, è ovvio, dei prezzi di quel tempo; oggigiorno per un bicchiere di vino si devono spendere almeno dieci soldi). Lo prendevano in piedi, appoggiati al banco, bevendolo ben caldo e senza fretta.

Se uno era disposto a spendere una moneta in più, poteva comprare un piattino di germogli di bambù in salamoia oppure semi grigliati di finocchio all’anice per mandare giù il vino.

Con dieci soldi si poteva addirittura mangiare un piatto di carne ed un contorno di legumi, ma pochi erano coloro che se lo permettevano, perché la maggioranza dei clienti erano gente che portava gli abiti corti, cioè lavoratori manuali, ed anche se avessero potuto tirar fuori questa somma, si sarebbero sentiti a disagio a sedersi all’interno della trattoria.

Solo coloro che portavano abiti lunghi fino ai piedi, in altre parole i borghesi e gli intellettuali, attraversavano, camminando con lentezza e dignità, la soglia del locale ed entravano nella sala interna, che un muro separava dalla strada, dove ordinavano cibo e vino e bevevano con tranquillità, comodamente seduti.

All’età di dodici anni, cominciai a lavorare come garzone presso la Locanda della Prosperità, nei sobborghi di Luzhen. Il padrone, dopo avermi detto che avevo un’aria troppo da stupido per potermi occupare dei clienti di riguardo, mi piazzò al banco, sulla facciata del locale, con il compito di versare il vino.

Certo, i clienti della strada, quelli con l’abito corto, sembravano in linea di massima più facili da trattare. Ma c’era anche un bel numero di rompiscatole che sorvegliavano attentamente tutte le tue mosse senza mai lasciarti in pace. Pretendevano ogni volta di controllare che il vino giallo fosse spillato direttamente dal barilotto, volevano sempre assicurarsi che sul fondo del bicchiere in cui veniva versato non ci fosse acqua ed infine facevano ancora grande attenzione quando il bicchiere pieno veniva immerso nell’acqua calda, per impedire manovre scorrette. Di fronte ad una sorveglianza così rigida e occhiuta annacquare il vino diventava un’impresa molto difficile.

Bastarono pochi giorni al padrone dell’osteria per decidere che non ero adatto a fare quel lavoro. Per mia fortuna – o per sua disgrazia- gli ero stato raccomandato da una persona autorevole e così, invece di essere cacciato via in malo modo, fui trasferito ad un incarico noioso ma che era il solo di cui fossi capace, quello di riscaldare il vino.

Da quel momento presi a stare tutto il giorno dietro il banco per occuparmi di questo compito. Devo dire che me la cavavo abbastanza bene, ma in generale mi sembrava un lavoro piuttosto monotono e molto noioso.

Il padrone della trattoria era sempre ingrugnito ed anche i clienti erano taciturni. Insomma, c’era sempre un’atmosfera da mortorio. Solo quando Kong Yi Ji veniva alla trattoria si sentiva qualche risata. Per questo me lo ricordo bene ancor oggi.

Kong Yi Ji era l’unico cliente in abito lungo che bevesse il suo bicchierino stando in piedi appoggiato al banco. Era un uomo piuttosto alto, di colorito grigiastro, sul cui volto rugoso comparivano spesso lividi e cicatrici. Aveva una barba brizzolata, lunga ed incolta, ed una tunica che gli arrivava fino ai piedi, sporca e sbrindellata come se non l’avessero più lavata né ricucita da almeno dieci anni.

Quando parlava si capiva a malapena la metà di quel che diceva. Perciò, poiché il suo cognome era Kong, gli altri clienti, ricordandosi che da ragazzi avevano imparato qualche carattere su un vecchio sillabario, scritto in una lingua quasi incomprensibile, che era intitolato “L’illustrissimo Kong Yi Ji”, gli avevano affibbiato il nomignolo di Kong Yi Ji.

Ogni volta che Kong Yi Ji veniva all’osteria, le persone che stavano lì a bere lo guardavano e si mettevano a sghignazzare. C’era sempre qualcuno che lo interpellava: ” Kong Yi Ji, ti sei di nuovo sbucciato la faccia?”.
Lui non si girava a rispondere, ma, con lo sguardo fisso dinanzi a sé, ordinava due bicchierini di vino ed un piattino di semi di finocchio all’anice mentre allineava sul banco esattamente nove monete da un soldo.
Allora gli ripetevano , urlando, il solito ritornello:”Di sicuro hai di nuovo rubato qualcosa in casa di qualcuno”.
Kong Yi Ji li fissava con gli occhi spalancati, come se fosse profondamente sorpreso e addolorato da ciò che gli toccava di sentire, e si sforzava di replicare con dignità:” Come vi permettete di infangare senza alcun motivo il buon nome di un galantuomo?”.
“Ma che buon nome?” strillavano gli altri.
“Ti ho visto l’altro ieri con i miei propri occhi.” aggiungeva uno ” Ti avevano appena preso mentre rubavi dei libri in casa He. Che botte ti stavano dando, ragazzi, che botte!”.
Kong Yi Ji diventava tutto rosso in volto, e le vene della fronte gli si gonfiavano come se stessero per scoppiare, mentre protestava: “Prendere con sé dei libri non può essere considerato furto…Avere in mano dei libri…è il mestiere dello studioso. Quando mai potrebbe essere ritenuto un furto?”. Poi venivano fuori paroloni difficili, frasi come “un gentilomo permane cotale ancorché miserevole”, termini come “eziandio”, ed altre cose di questo genere.
A questo punto un riso irrefrenabile coglieva tutti i presenti ed un’atmosfera di rumorosa allegria si propagava per tutta la taverna e nei suoi immediati dintorni.

Avevo sentito dalle chiacchiere della gente che un tempo Kong Yi Ji aveva studiato con grande zelo i classici per poter ottenere un impiego pubblico, ma che, alla fine dei conti, non solo non era riuscito a conseguire un diploma, ma non era neppure stato capace di guadagnarsi la vita in altro modo. Era quindi diventato a poco a poco sempre più povero fin quasi a mendicare il cibo.

Per fortuna sapeva tracciare col pennello dei bei caratteri e così era riuscito a tirare avanti alla meno peggio copiando libri in cambio del nutrimento. Purtroppo aveva anche dei brutti difetti: gli piaceva molto bere e poco lavorare. Passavano pochi giorni e poi, un bel mattino, il nostro spariva portandosi via libri, quaderni, fogli di carta, pennelli ed inchiostro.

Dopo che il fatto s’era ripetuto diverse volte, la gente che poteva affidargli lavori di copiatura smise di chiamarlo. Allora non rimase a Kong Yi Ji nessun’altra risorsa se non quella di rubacchiare di nascosto qualche libro le rare volte che gli si presentava l’occasione.

Ma nella nostra locanda, paragonato agli altri, era un ottimo cliente perché non lasciava mai a lungo debiti da saldare. Certo, poteva capitare qualche volta che sul momento non avesse denaro con sé ed allora il suo nome veniva segnato per un po’ di tempo sulla lavagnetta, scritto con il gesso, ma, prima che fosse passato un mese, Kong Yi Ji pagava sempre quanto doveva ed il suo nome veniva di nuovo cancellato dalla lavagnetta.

Non appena Kong Yj Ji aveva mandato giù un mezzo bicchiere di vino ed il suo volto, che si era fatto paonazzo, aveva a poco a poco ripreso il colorito originario, quelli che gli stavano accanto ritornavano all’attacco: ” Dicci un po’, Kong Yi Ji, ma tu sai davvero leggere e riconoscere i caratteri?”.

Kong Yi Ji li guardava come se fosse evidente che non valeva la pena di rispondere alle loro provocazioni ed a questo punto i villani rincaravano la dose chiedendogli:” Ma allora come si spiega che non sei riuscito a capirne neppure la metà quando ti sei presentato all’esame distrettuale per il diploma di base?”.

Il povero Kong Yi Ji cominciava allora a perdere ogni contegno, ad agitarsi e a tremare, mentre tutto il suo volto diventava color della cenere e le sue labbra farfugliavano parole senza senso come “eziandio” o “imperocché” ed altre dello stesso genere, che era tanto se si riusciva a capirne una o due.

Quando c’era lui la gente scoppiava a ridere; dentro la trattoria e fuori di essa era tutta un’unica fragorosa risata. In quelle occasioni potevo unirmi anch’io alle risate ed il padrone lasciava correre perché pure lui, quando vedeva Kong Yi Ji, gli faceva spesso domande di quel tipo per far ridere i clienti.

Ben sapendo che era inutile rivolgersi agli altri clienti, Kong Yi Ji cercava di attaccare discorso con i ragazzi che servivano. Una volta mi chiese: ” Hai studiato un po’ i caratteri della scrittura?”. Io gli risposi appena, con un cenno del capo. Allora mi disse: ” Dunque sei stato a scuola…ti farò un esamino. Vediamo… come scriveresti il carattere “huí” nella parola “huíxiàndòu” (“semi di finocchio all’anice”)?.
Mi domandai tra di me: “Questo morto di fame viene a farmi l’esame?”. Mi voltai dall’altra parte e non mi interessai più a lui.
Kong Yi Ji aspettò un bel momento, poi mi disse in tono molto serio: “Non lo sai scrivere, vero? Te lo insegnerò io e cerca di tenerlo bene a mente. Dovrai ricordarti bene un paio di caratteri come questo quando sarai padrone di una trattoria. Scrivere serve a tenere correttamente i conti”.

Pensai che per diventare padrone di una trattoria avevo ancora da aspettare un bel po’ di tempo e mi venne pure in mente che il mio padrone non indicava mai nei suoi conti i semi di finocchio all’anice. Mezzo divertito e mezzo spazientito, gli risposi di malavoglia: “Che cosa credi di dovermi insegnare? Non bisogna forse scrivere in cima il segno dell’erba e sotto il carattere che vuol dire “girare”?.

Il volto di Kong Yi Ji si illuminò di intensa soddisfazione. Cominciò a tamburellare con due lunghe unghie sul piano del banco ed assentendo con un cenno della testa mi fece: ” Ma bravo! Ma bravo! Sai che ci sono ben quattro modi di scrivere il carattere che significa “girare”?”.

Mi ero già scocciato di ascoltarlo. Gli feci una smorfia e mi spostai all’altro capo del banco. Kong Yi Ji aveva appena bagnato le unghie nel vino per poter tracciare i caratteri sul piano del banco. Quando si accorse che non mostravo alcun interesse per quel che mi stava dicendo, ricominciò a sospirare ed il suo volto prese un’aria triste e delusa.

Qualche volta i mocciosi del quartiere, sentendo sghignazzare, correvano a vedere che cosa stava succedendo e facevano cerchio intorno a Kong Yi Ji. Lui allora cominciava a dostribuirgli semi di finocchio, un seme per ciascuno. Ma, dopo aver mangiato il loro seme, i bambini continuavano a rimaner lì senza muoversi, con gli occhi fissi sul piattino di semi. Si vedeva subito che Kong Yi Ji si innervosiva. Stendeva la mano aperta sul bordo del piattino come per proteggerlo, si chinava in avanti verso i bambini e biascicava: “Non ce ne sono più molti. Vi assicuro che ne sono rimasti pochini.”. Poi si raddrizzava, gettava ancora uno sguardo sul piattino di semi e ripeteva: ” Non ce ne sono più molti. Non mi credete? Ne son rimasti proprio pochini”. Allora la banda dei mocciosi si disperdeva di corsa ridendo ed urlando.

Era così che Kong Yi Ji ci teneva allegri, ma anche quando non si faceva vedere, gli altri clienti non ne sentivano la mancanza.

Una volta – dovevano essere all’incirca due o tre giorni prima della festa di Mezzo Autunno – il padrone, che stava facendo con calma i suoi conti, tirò giù la lavagnetta e disse improvvisamente: “Kong Yi Ji non s’è più fatto vedere da parecchio tempo. Ci deve ancora ben diciannove soldi”.

Mi resi conto allora che era davvero da molto tempo che non l’avevo più visto da noi.

Uno di quelli che stavano bevendo un bicchierino esclamò: ” Avrei proprio voluto vedere come faceva a venire… lo hanno bastonato di santa ragione, tanto da rompergli le gambe”.

“Ah?!” fece il padrone.

“Continuava ancora a rubacchiare come prima” proseguì l’altro” ma questa volta è stato così stupido da andare a rubare proprio in casa di Ding il letterato, quello che ha vinto il concorso provinciale. Come pensava di riuscire a portar via qualcosa da quella casa?”.

“E allora, che cos’è successo?” chiese il padrone.

“Cos’è successo? Prima gli hanno fatto firmare una confessione e poi l’han picchiato…l’han bastonato ben bene per più di metà della notte… è finita che gli hanno rotto tutte e due le gambe”.
“E poi?”.
“E poi, che cosa? Si è ritrovato con le gambe rotte”.
“Gliele hanno proprio rotte? E dopo, che cosa è successo?”.
“E che ne so?” rispose il cliente ” Forse è morto”.

A questo punto il padrone non chiese più altro ed andò avanti piano piano a fare i suoi conti.

Passata la festa di Mezzo Autunno cominciò a fare ogni giorno sempre più freddo e, sebbene io stessi tutto il giorno accanto alla stufa, dovetti mettermi indosso un giubbotto di cotone.

Un pomeriggio, m’ero seduto e m’ero messo a sonnecchiare perché non c’erano clienti da servire, quando sentii una voce: “Fatemi scaldare un bicchiere di vino”. La voce si udiva appena, ma non mi era nuova. Aprii gli occhi e, davanti al banco, non c’era nessuno. Allora mi alzai ed andai a dare un’occhiata all’esterno del banco. Ed ecco, seduto per terra sulla soglia della trattoria, al di sotto del banco, c’era Kong Yi Ji. La sua faccia era nera di sporcizia ed il suo sguardo era spento; non aveva più un aspetto umano. Portava una giubba stracciata, piena di rattoppi, e stava con le gambe distese. Dal collo gli pendeva una cordicella di paglia intrecciata che usava per tirarsi dietro la stuoia sulla quale si sedeva.
Quando mi vide, disse di nuovo: “Fammi scaldare un bicchiere di vino”.

A questo punto, il padrone sporse la testa fuori dal banco e chiese: “Kong Yi Ji? Mi devi ancora diciannove soldi”.

“Ehm… ecco…” rispose Kong Yi Ji mogio mogio ” pagherò la prossima volta…questa volta ho i soldi contati…bastano appena per un bicchiere…vorrei bere un bicchierino”.

Il padrone, che era abituato a sfotterlo, gli chiese ridendo: “Hai di nuovo rubato qualcosa, Kong Yi Ji?”, ma questa volta Kong Yi Ji, invece di lanciarsi come al solito in un’accalorata e ridicola difesa, disse soltanto: ” Per favore, lasciatemi in pace”.

Nel frattempo si erano raggruppati intorno al banco alcuni clienti, che si misero tutti a ridere insieme al padrone.

Feci scaldare il bicchiere di vino, lo portai fuori e lo posai sul gradino della porta. Lui tirò fuori da una tasca della sua giubba stracciata quattro monete e me le mise in mano. Notai allora che aveva le mani tutte sporche di terra e di fango. Doveva essersi trascinato fin lì appoggiandosi sulle palme delle mani.

Vuotò lentamente il bicchiere e poi, tra le risate e gli sberleffi di quelli che gli stavano intorno, si trascinò via con grande fatica facendo di nuovo forza sulle mani perché le gambe rotte non gli permettevano di sollevarsi da terra.

Dopo di ciò, passò di nuovo molto tempo senza che lo rivedessimo. Alla fine dell’anno il padrone tirò giù la lavagnetta e disse: “Kong Yi Ji ci deve ancora diciannove soldi”. L’anno dopo, alla festa delle Barche dei Draghi, disse di nuovo: “Kong Yi Ji ci deve ancora diciannove soldi”. Ma, quando arrivò la festa di Mezzo Autunno, non disse più niente e giungemmo a Capodanno senza che Kong Yi Ji si fosse fatto rivedere.

Non lo vidi mai più nemmeno in seguito. Doveva proprio essere morto.


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Senza l'esperienza e una buona dose di umiltà, la scrittura -sia in prosa che in poesia- rimane puro estetismo. Senza essersi fatti le ossa attraverso uno «studio matto e disperatissimo» non si raggiungerà mai la capacità di dare un fondamento logico al linguaggio idoneo ad ogni situazione. L'adagio che afferma come «non si nasca imparati» ha questo sapore.

La redazione

Ciò che il pubblico critica in voi, coltivatelo. Quello, siete voi.

Jean Cocteau

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