Poesia Greca
- Manolis Anagnostakis
(Salonicco, 10 marzo 1925 – Atene, 25 giugno 2005) è stato un poeta greco e un critico di primo piano dei movimenti poetici marxisti e esistenzialisti comparsi durante e dopo la guerra civile greca verso la fine degli anni 1940.
Anagnostakis fu un punto di riferimento per i suoi contemporanei e influenzò la generazione di poeti immediatamente successivi a lui. Le sue poesie ottennero numerosi riconoscimenti nei premi letterari nazionali greci e furono messe in musica e cantate da musicisti dell’epoca.
- Ogni mattina
Ogni mattina
Cancelliamo i sogni
Con cautela costruiamo i discorsi
Le nostre vesti sono un nido di ferro.
Ogni mattina
Salutiamo gli amici di ieri
Le notti si dilatano come fisarmoniche
– Suoni, rimpianti, baci perduti
La mia infanzia è piena di canneti.
Ho speso molto vento per diventare adulto.
Ma solo così ho imparato
a distinguere i fruscii più impercettibili,
a parlare con precisione nei misteri.
- Odysseus Elytis
(pseudonimo di Odysseus Alepudhelis; Iraklion, 2 novembre 1911 – Atene, 18 marzo 1996) è stato un poeta greco.
Iscritto alla facoltà di giurisprudenza dell’università di Atene, abbandonò gli studi per dedicarsi alla sua vera passione, la poesia. Iniziò a scrivere poesie nel 1935, proseguendo fino alla morte.
Fu uno dei maggiori rappresentanti del surrealismo in Grecia, apprezzato nelle sue poesie per il vigore dello stile. Tre le più importanti poesie del periodo surrealista ricordiamo Orientamenti (1940) e Sole, il primo (1943). Fu partecipe anche degli avvenimenti della Seconda guerra mondiale e da questa esperienza trasse ispirazione per scrivere il poemetto epico Canto eroico e funebre per il sottotenente caduto in Albania (1945).
Nel 1979 gli venne conferito il Premio Nobel per la letteratura; tra le motivazioni del premio spicca il desiderio, che traspare dalla sua poesia, di libertà intellettuale e sviluppo della creatività. Morì ad Atene nel 1996
- L’autopsia
Dunque, si era appurato che l’oro della radice dell’ulivo gli si era
infiltrato in fondo al cuore.
E per le numerose veglie, accanto al candeliere, in attesa dell’alba,
uno strano rossore gli aveva invaso le viscere.
Appena sotto la pelle, la linea azzurrina dell’orizzonte intensamente
colorata.E abbondanti tracce di glauco nel sangue.
Le voci degli uccelli, che nei momenti di profonda solitudine aveva impa-
rato a memoria sembra che si siano riversate tutte quante insieme
tanto che non fu possibile al coltello procedere in profondità.
Piuttosto fu sufficiente l’intenzione a compiere il Male.
Che affrontò – è evidente – nel terribile atteggiamento dell’innocen-
te. Sgranati , orgogliosi i suoi occhi, con tutto il bosco che anco-
ra si agitava sulla retina immacolata.
Nel cervello nulla, se non un’eco distorta di cielo.
E solo nella conca dell’orecchio sinistro, un po’ di sabbia, sottile,
finissima come nelle conchiglie. Il che significa che spesso aveva
camminato lungo il mare, da solo, con lo struggimento d’amore
e il sibilo del vento.
Quanto ai segni di fuoco sul pube, mostrano che andava avanti per molte ore, ogni volta che incontrava una donna.
Avremo frutti precoci quest’anno.
- Giovedì 9
Sarà una quelle case tra l’edera
chiuse e disabitate che sciolse la catena
dai suoi orribili fatti.
E ora ti senti correre addosso gli ululati
quei primi morsi dell’epoca di Adamo
la dentiera del vecchio che osava ancora amare
e instancabile soffiava nei suoi tigli segreti
in una delicata notte di aprile.
Quel che ora ti fa inginocchiare
ti fa di nuovo rotolare nel sangue.
da Diario di un invisibile aprile
II
Sono in lutto per gli anni venturi
Senza di noi e canto quelli ormai trascorsi
Se è vera
L’intesa dei corpi il dolce tintinnio delle barche
Il baluginare delle chitarre sotto le acque
I ‘credimi’ e i ‘no’
Ora nel vento ora nella musica
Due bestiole le nostre mani
Che cercavano di sovrapporsi furtive l’una sull’altra
Il vaso del basilico sulle soglie aperte dei cortili
E le scaglie di mare che arrivavano insieme
Sui muretti a secco, dietro le siepi
L’anemone che si posò sulla tua mano
E tremolò tre volte il lillà per tre giorni sopra le cascate
Se tutto ciò è vero canto
La trave di legno e il tappeto colorato
Sulla parete, la Sirena coi capelli scarmigliati
Il gatto che ci fissò nel buio
Un bambino con l’incenso e una croce vermiglia
Quando annotta sugli scogli inaccessibili
Sono in lutto per la veste che toccai e mi venne incontro il mondo.
- Konstantinos Petrou Kavafis
Noto in Italia anche come Costantino Kavafis (Alessandria d’Egitto, 29 aprile 1863 – Alessandria d’Egitto, 29 aprile 1933) è stato un poeta e giornalista greco.
Kavafis era uno scettico che fu accusato di attaccare i tradizionali valori della cristianità, del patriottismo, e dell’eterosessualità, anche se non sempre si trovò a suo agio nel ruolo di anticonformista.
Pubblicò 154 poesie ma molte altre sono rimaste incomplete o allo stato di bozza. Le poesie più importanti furono scritte dopo il suo quarantesimo compleanno.
- CANDELE
Stanno i giorni futuri innanzi a noi
come una fila di candele accese -
dorate, calde, e vivide.
Restano indietro i giorni del passato,
penosa riga di candele spente:
le più vicine danno fumo ancora,
fredde, disfatte, e storte.
Non le voglio vedere: m’accora il loro aspetto,
la memoria m’accora del loro antico lume.
E guardo avanti le candele accese.
Non mi voglio voltare, ch’io non scorga, in un brivido,
come s’allunga presto la tenebrosa riga,
come crescono presto le mie candele spente.
- MURA
Senza riguardo, senza pudore nè pietà,
m’han fabbricato intorno erte, solide mura.
E ora mi dispero, inerte, qua.
Altro non penso: tutto mi rode questa dura
sorte. Avevo da fare tante cose là fuori.
Ma quando fabbricavano come fui assente!
Non ho sentito mai né voci né rumori.
M’hanno escluso dal mondo inavvertitamente.
- Leonida o Leonide
(Taranto, 320 o 330 a.C. – Alessandria d’Egitto, 260 a.C.) è stato un poeta greco.
È considerato il maggiore esponente della scuola dorico-peloponnesiaca. Nacque a Taranto in epoca magno-greca e morì ad Alessandria d’Egitto in date incerte, visto che della sua vita poco si conosce, se non quello che si può desumere dai suoi epigrammi. Questi, tra i più belli della poesia greca, sono un po’ più lunghi della media e possono pertanto anche essere interpretati come brevi elegie. In essi, con toni realistici, Leonida tratta in prevalenza della miseria e dei personaggi più umili delle poleis ellenistiche.Di temperamento anticonformista e contestatore, Leonida disprezzò la frivolezza, la menzogna, il lusso: secondo il suo pensiero la felicità è nella tranquillità, e la tranquillità la si trova solo conducendo una vita modesta e solitaria. Visse quindi in misere dimore fra i campi o lungo la riva del mare, e condusse vita povera ed errabonda.
Leonida, per esempio, così descrive la sua capanna:
« Andatevene topi, da questa capanna
nutrire topi non può la misera dispensa di Leonida.
Al vecchio basta avere il sale e due pani di farina grezza:
fin dal tempo degli avi questo vitto lodammo. »
Si legge in un suo celeberrimo epitaffio, scritto mentre era in esilio, presente ancora oggi nel Palazzo di Città di Taranto:
« Riposo molto lontano dalla terra d’Italia
E di Taranto mia Patria E ciò m’è più amaro della morte.
Tale destino hanno i nomadi
A conclusione della loro inutile vita!
Le Muse però mi hanno caro!
Ed a compenso delle mie afflizioni
Mi offrono una dolcezza di miele.
Il nome di Leonida non tramonta per esse:
I loro doni lo testimoniano sino all’ultimo sole. »
- Kostis Palamas
(Patrasso, 13 gennaio 1859 – Atene, 27 febbraio 1943) è stato un poeta e giornalista greco. Scrisse il testo dell’Inno olimpico.
Fu una delle figure centrali della letteratura greca. Verso la fine del XIX secolo, lavorò come giornalista. Pubblicò la sua prima collezione di versi, “I canti della mia patria”, nel 1886. Morì durante l’occupazione tedesca, nella seconda guerra mondiale.
Venne chiamato informalmente poeta “nazionale” della Grecia ed era strettamente associato alla lotta per liberare la Grecia moderna con la lingua “purista” e con il liberalismo politico. Dominò la vita letteraria greca per più di 30 anni e influenzò fortemente l’intera politica del clima intellettuale del suo tempo. Romain Rolland lo considerava il più grande poeta europeo ed è stato due volte nominato per il Premio Nobel per la letteratura, ma non lo ebbe mai ricevuto. Il suo poema più importante [2], “Il dodecalogo dello zingaro” (1907), è un viaggio poetico e filosofico.
Bambino, il mio frutteto che tu erediterai,
qualcosa in lui sempre tu vedi,
non rinunciarci.
Aralo ancor più profondamente, annaffialo più spesso,
cura i suoi prati e la sua terra franante.
Quando arrivano i tempi difficili,
gli anni della collera,
quando gli uccelli e gli alberi, per paura,
imparano ad odiare,
nulla è più buono per te di una fortezza.
Temi la distruzione, non il fuoco, alza la scure.
Lascialo improduttivo, abbatti le piante,
costruisci una fortezza e nasconditi dentro,
per la lotta, per il sangue, per la rinascita,
che noi aspettiamo
e che incessantemente
si avvicina»
- Giorgos Seferis
(in greco: Γιώργος Σεφέρης; Smirne, 13 marzo 1900, 29 febbraio secondo il calendario giuliano – Atene, 20 settembre 1971) è stato un poeta greco, Premio Nobel per la letteratura nel 1963.
- Poesie tratte da “Mithistorima”
La nostra terra è chiusa, tutta monti
che hanno per tetto il basso cielo giorno e notte.
Non abbiamo fiumi, non abbiamo pozzi non abbiamo sorgenti,
solo poche cisterne, e queste vuote, che risuonano e che veneriamo.
Suono stagnante e sordo, uguale alla nostra solitudine
uguale al nostro amore, uguale ai nostri corpi.
Ci stupiamo di aver potuto una volta costruire
case capanne e ovili.
E le nozze nostre, le fresche ghirlande e le dita
diventano enigmi inspiegabili alla nostra anima.
Come sono nati come si son fatti forti i nostri figli?
La nostra terra è chiusa. La chiudono
due cupe Simplegadi. Nei porti
la domenica quando scendiamo a respirare
vediamo rischiarati al tramonto
rottami di viaggi mai portati a termine
corpi che non sanno più come amare.
Mi sono svegliato con questa testa di marmo tra le mani
che mi stanca i gomiti e non so dove posarla.
Cadeva nel sogno mentre uscivo dal sogno
così le nostre vite si sono confuse
e sarà difficile assai separarle ancora.
Guardo gli occhi; né aperti né chiusi
parlo alla bocca che sta sempre sul punto di parlare
reggo gli zigomi che hanno trapassato la pelle.
La forza m’abbandona;
le mie mani si smarriscono e tornano mutile a me.
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