Poesia Indiana
Le prime opere di letteratura indiana -strettamente legate alla cultura religiosa- sono state trasmesse per via orale e solo in epoca più tarda messe per iscritto.
Si tratta di opere letterarie in lingua sanscrita come i Veda, le opere epiche del Mahabharata del Ramayana e dei Purana, che hanno il rango di Sacre Scritture; a queste si aggiunge poi il dramma, la poesia, il teatro e, soprattutto, una ricchissima trattatistica religiosa e filosofica alimentata dalle diverse scuole e dottrine in seno all’Induismo e al Buddismo, ma anche all’Islamismo, al Jainismo e alle altre fedi presenti nel subcontinente. Questa ampia letteratura filosofica e religiosa, che continua nel medioevo con i grandi maestri (Gaudapada, Shankara,Ramanuja e le loro scuole ecc.), ha conosciuto un crescente successo anche in Occidente a partire dagli studi degli orientalisti dell’ ’800 e, più di recente, in virtù di mode e tendenze culturali che guardano all’India come al serbatoio inesauribile di ogni saggezza.
Nel medioevo, a seguito della lunga dominazione musulmana (Sultanato di Delhi XIII-XV sec., quindi Impero deiMoghul) protrattasi fino a metà ’800, la letteratura colta si espresse soprattutto in lingua urdu e in persiano, le lingue dell’intellighenzia musulmana che gravitava intorno alle corti. Esemplare è la figura di Amir Khusraw di Delhi (m. 1301), plurilingue prolifico autore di mathnawi (poemi di tono romanzesco o epico) che appartengono sia ai capolavori dellaletteratura persiana che a quelli della letteratura in lingue indiane.
i presentano inoltre interessanti casi di sincretismo religioso come ad esempio il Canzoniere del mistico Kabir di Benares vissuto nel XV sec., o il grandioso poema in lingua avadhi Padmavat definito “un immenso affresco… della luminosa civiltà hindu-musulmana” (G. Milanetti), opera di M.M. Jayasi della prima metà del XVI sec. – due autori che, superando le barriere etnico-religiose e linguistiche, anticipano il clima di “ecumenica tolleranza” religiosa dell’imperatore moghul Akbar(1542-1605) e si impongono all’ammirazione di tutti gli indiani sino ad oggi. La letteratura in lingua hindi è gradualmente cresciuta nel subcontinente, soprattutto a partire dal periodo coloniale britannico e si è imposta definitivamente con la decolonizzazione dopo che l’urdu era divenuto la lingua ufficiale del Pakistan. Accanto ad essa ha continuato a svilupparsi la letteratura in lingua persiana, raggiungendo soprattutto in poesia con il grande Bidel (o Bedil, m. a Delhi 1721), notissimo anche in Asia Centrale, e con Ghalib (m. a Delhi 1869), poeta bilingue che apre la grande stagione moderna della lirica nella letteratura urdu, risultati estetici unanimemente ammirati.
Tra gli scrittori indiani moderni (attivi sia in lingue indiane, che in inglese) universalmente noto è Rabindranath Tagore, autore di poesie romanzi saggi e racconti, che vinse il Premio Nobel nel 1913; da ricordare anche Muhammad Iqbal (m. 1939), scrittore e riformista religioso, che scrisse poesia in urdu e in persiano, raggiungendo nelle rispettive letterature vertici di assoluto rilievo. A partire dal secondo dopoguerra sono emersi numerosi autori che esprimono l’incontro/scontro dell’India aracaica con la modernizzazione, come ad esempio il longevo R.K. Narayan (1906-2001) e la letterata, linguista, sociologa e scrittrice in lingua marathi Durga N. Bhagvat (1910 – 2002); a partire dagli anni ’80 hanno riscosso fama mondiale alcuni narratori di espressione inglese e di origini indiane come Anita Desai, H. Kureishi,Wikram Seth, Arundhati Roy e soprattutto Salman Rushdie e V.S. Naipaul (Premio Nobel 2001), perlopiù residenti in Occidente, che insieme hanno costruito quello che oggi è definita “letteratura anglo-indiana”, il ramo più consistente della letteratura post coloniale di area inglese.
Amaruka (probabile VII secolo d. C. ) e Kalidasa (V secolo d.C.) sono considerati i due più grandi poeti d’amore dell’India classica. Nei loro componimenti si riscontra la stessa struttura e disposizione trovate nella Sattasai. Anche in questo caso lo scioglimento della strofe si rimanda alla fine.
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« Levata la pelurie tesa oppressi i seni nell’abbraccio folle,
le cosce sontuose umide di gocce infinite soffici d’amore:
“No, no…adorato…non…troppo…me…di più”
In sillabe imploranti sussurrando,
forse si è addormentata, forse è morta, forse nella mia anima
si è intrisa, si è forse dissolta? ». (Amaruka, Piacere d’amore)
« Senza sosta agitando il germoglio della mano, la cintura sciolta,
lei getta quanto resta della ghirlanda fiorita verso la fiamma del
lume, e cerca di coprire gli occhi allo sposo, ridendo confusa:
alla fine dell’amore, innamorato, lui la contempla sempre ». (Amaruka)
« Con gli occhi malinconici, chini, umidi d’amore, ora socchiusi
come un fiore in boccio,
ora sfrontati, inquieti dalla timidezza, per un attimo
distolti
quasi svelassero la folla di emozioni che si cela in cuore –
dimmi: chi è, bambina, l’uomo felice su cui posi oggi
lo sguardo ? »
(Amaruka)
« A suo parere si muove nel cortile di casa, ma si ripara
dalla mia vista,
i fortunati fissa negli occhi, me guarda solo a metà,
con altri chiacchiera e chiacchiera, quando io arrivo
si chiude nel silenzio:
colei che amo m’ha fatto uscire pure dal mondo degli uomini
comuni ».
(Anonimo)
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Un artista come Vinod Kumar Shukla ha trascorso quasi tutta la vita in una piccola città dell’India centrale, all’interno di una regione povera e marginale, conducendo una vita assolutamente comune da professore. Eppure, la letteratura che ha prodotto è senza dubbio straordinaria e non ha nulla di provinciale o di limitato, ma esprime un’esperienza ricca e post-moderna nel senso migliore del termine:
Da lontano bisogna vedere la propria casa
dalla lontananza di non poter tornare, costretti, la propria casa
nella totale speranza di poter tornare un giorno
oltre i sette mari bisogna andare.
Mentre si va bisogna volgersi a guardare
dall’altro paese il proprio paese
dallo spazio la propria terra
allora il ricordo di cosa staranno facendo i bambini a casa
sarà il ricordo di cosa stanno facendo i bambini sulla terra
la preoccupazione se ci sarà oppure no cibo e acqua in casa
sarà la preoccupazione del cibo e acqua sulla terra
sulla terra un affamato
sarà come un affamato nella casa
e tornare verso la terra
come tornare verso casa.
I conti di casa sono tanto in disordine
che a piedi un po’ allontanatomi verso casa ritorno
come verso la terra.
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Qui il protagonista si scontra con una realtà ben diversa dal sogno di una vita intera e decide di andarsene di nuovo. Alienazione, solitudine e sradicamento sono gli unici compagni del migrante. Ecco come li esprime Rajesh Joshi in un suo componimento:
Ricordo di casa
Seduto su una panchina rotta del dhaba
Mi sono sprofondato nel tè e mentre mangio sopprimo a fatica
Il ricordo di casa che spunta come una spina nel cuore
Mi grava il volto una vaga malinconia
Sotto l’effetto del liquore locale arriva barcollando
Un maestro di scuola elementare all’improvviso
Rumorosamente si mette a sedere al mio fianco
E borbotta
Qui nella giungla mi hanno spedito
Lontano duecentocinquanta miglia da casa
In dieci anni ho presentato centinaia di domande
Ho fatto migliaia di giri al dipartimento dell’istruzione
Ho dato agli autobus del trasporto nazionale tutti i miei stipendi
Chissà di quanti dhaba ho già bevuto l’acqua
Ho già mangiato il sale
Ho tirato avanti mangiando chili e chili di polvere
Nessuno ascolta
Però, nessuno, maledizione, ascolta le mie parole
Del nostro tempo il dolore più grande è l’emigrazione
Facendo finta di guardare da qualche parte lontano
Distolgo lo sguardo
Lanciando chissà quali insulti verso chissà chi
Improvvisamente si mette a piangere sommessamente il maestro
In piedi lì di fianco la gente guarda come se stesse assistendo a uno spettacolo.
Appena esce fuori, come diventa artificiale
Il nostro dolore!
Lontano nel cielo grida un chiurlo
Tornando
Verso il proprio nido!
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Poesia Indiana Contemporanea
Stratega
Il trucco da adottare
con un corpo sotto assedio
è far muovere le cose,
farsi giocoliere
nell’istante
in cui tutte le sfere sono in aria,
una vorticosa polka di asteroidi e lune,
conoscere la metrica delle viscere,
calibrando spintoni borborigmi
e brontolii del commercio
nei luoghi dove il sangue
incontra il sentimento.
Paura.
Gelo nelle giunture,
reumatismo primordiale.
Invidia.
Il midollo che gela
in igloo senza finestre.
Rimpianto.
Il tempo si ferma in gola.
Un ricordo che punge come una lisca
del mare.
Collera.
Vecchia amica.
Che dichiari al mondo
che io esisto.
Il trucco è costringerti all’angolo
nominandoti.
Annaffiare le piante.
una passeggiata.
Abitare il verbo.
***
Respiro
Respiro
forestiero,
antenato,
amico
che non ti lascia altro che questo
un marchio d’aria
sulla pelle,
ti ricorda che niente
vi è di rispettabile
in un corredo di famiglia
quando le porte dell’armadio sono chiuese
ti ricorda
che questa
terra selvatica e nuda
di desiderio
è semplicemente –
o non tanto semplicemente –
corpo
Arundhathi Subramaniam
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Il posto di una donna
Devi stare attenta alla bocca, soprattutto
se sei una donna. Un sorriso
va soffocato con l’orlo del sari.
Nessuno deve vedere la tua serenità incrinata,
neppure dalla gioia.
Se ogni tanto hai bisogno di urlare, fallo
da sola, ma di fronte a uno specchio
dove puoi vedere la dforma strana che prende la bocca
prima che la strofini via.
Imtiaz Dharker
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Mappa dell’India
Se fisso il paese abbastanza a lungo
riesco a sollevarlo dalla carta,
lo alzo come un lembo di pelle.
Talvolta è un calendario dell’avvento
ogni città ha una finestra
che lascio aperta
ogni volta un po’ di più.
L’India è maneggevole, più piccola della
mia mano , il fiume Mahanadi
più sottilr della linea della vita.
Moniza Alvi
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Narcisi
Kasuya Eiichi, poeta del Giappone, sa di un posto
dove sbocciano i narcisi, un posto umido e oscuro,
dove i capelli tagliati dalla testa delle ragazze
affilano il vento, dove una luna si libra
sopra una rupe e sillabe di parole
si fondono nell’ocra dei petali ocra. Gli hiederò
di portarmi là, in quella palude di sogni.
Quando l’acqua sottterranea filtrerà dentro i miei polsi
il mio grido penetrerà le brume:
Vieni, guarda, non ti mostrerò pelle di narciso,
sono più vecchia ora, ho due figli
i miei seni son brocche di sangue,
i miei capelli neri traversati d’argento
fan da cuscino al mio uomo, le sue cosce
intagliate nel fango del fiume, il suo ventre dorato di desiderio.
Meena Alexander
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Enigmi cittadini
Un giorno troverò un significato.
Nella sudaticcia congiunzione
di corpi rancidi e valigette.
Nel geroglifico
che la bava del tramonto disegna sui lampioni.
Nel benigno dentuto occhieggiare
di uomini dalle camicie sintetiche.
E nel miagolio liquefatto
del gatto invisibile
nelle viscere fumanti
del vicolo.
Arundhathi Subramaniam
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