Scrittura Zen



Il pensiero Zen arriva in Giappone poco prima dello svilupparsi dell’haiku: la scuola rinzai ha inizio nel 1215 ad opera del monaco Eisai, che importa il pensiero del buddismo cinese (scuola ch’an), mentre nel 1227 viene istituita la scuola di meditazione sotô. Entrambi le scuole sono d’ispirazione mahâyâna, ma senza sottolinearne l’aspetto metafisico.

Ciò che interessa ai seguaci dello Zen è raggiungere l’illuminazione, ma ciò può avvenire non mediante l’isolamento o l’esasperata ricerca del proprio sé, bensì compenetrando la realtà in modo che nulla si opponga ad altro.

Tale compenetrazione si ottiene creando il “vuoto” dentro di sé mediante la contemplazione “senza oggetto”. La scuola sotô persegue questa meta con la pratica dello zazen (meditazione stando seduti), nella posizione del “loto”, seguendo il ritmo del respiro, senza idee né pensieri. La scuola rinzai preferisce mettere in crisi la razionalità mediante i koan (lezioni sul vuoto, porta senza porta). Rifiutato dalla scuola sotô, il koan è un racconto, un enigma, un problema senza soluzione, un paradosso logico, che fa toccare con mano quanto sia vano ogni sforzo razionale a penetrare la realtà ultima.

È noto lo spirito non violento che anima tutta la filosofia buddhista (Zen compreso), eppure lo Zen venne sin dall’inizio adottato come guida per lo spirito dai Samurai. Non è un paradosso: è l’unione e la compenetrazione degli opposti in un’unica realtà.

Per chi crede nella compenetrazione di tutte le cose viventi, il mondo è come un corpo.

Concludendo:l’essenza dell’haiku è la visione trascendente l’esperienza quotidiana che si cristallizza in un particolare significativo, che dà ad un momento la sua ragione d’essere. Quale momento? Ogni momento è buono! Non è l’oggetto e non è il soggetto ma è l’identificazione del soggetto con l’oggetto: il poeta non deve descrivere ciò che vede, ma essere, in quel momento, ciò che descrive.

Il Kōan

Kōan è una parola giapponese che viene dal cinese (pinyin: gong’an; Wade-Giles: kung-an). Il senso originale della parola è “legge”, “principio di governo”, o secondo alcuni “documento pubblico”, in giapponese ko: pubblico, e an: regola). In senso generale è un esempio che vuole essere di guida per la vita.

Nella filosofia Zen il kōan è una frase paradossale o una storia usata per aiutare la meditazione e risvegliare una natura più profonda, di solito narra l’incontro tra un maestro ed il suo discepolo nel quale viene rivelata la natura più profonda delle cose.

L’uso dei kōan è tenuto in massima considerazione presso la scuola zen Rinzai , che si rifà agli insegnamenti del monaco Eisai (1141-1215), mentre è piuttosto trascurato dalla scuola Sōtō, fondata dal monaco Eihei Dōgen nel 1227 al suo ritorno dalla Cina, che pone l’accento soprattutto sulla meditazione in posizione seduta, o zazen. Secondo Daisetz Teitaro Suzuki (1958) l’esercizio basato sui kōan ha avuto origine per salvaguardare lo Zen dal rischio di degenerare in quietismo o in una comprensione meramente intellettuale.

La comprensione

“Se capisci, le cose sono così come sono. Se non capisci, le cose sono così come sono.”

L’assenza di pensiero

“L’assenza di pensiero è il pensiero istantaneo e il pensiero istantaneo è l’onniscienza. Il pensiero nell’assenza di pensiero è la manifestazione, l’attività dell’assoluto”.

“Lascialo cadere”

“Un monaco portò due piante in vaso al suo Maestro. «Lascialo cadere», ordinò il Maestro. Il monaco lasciò cadere un vaso. «Lascialo cadere», tornò a ordinare il Maestro. Il monaco lasciò andare il secondo vaso. «Lascialo cadere», urlò a questo punto il Maestro. E il monaco, balbettando: «Ma non ho niente da lasciar cadere». Il Maestro annuì e disse: «E allora portalo via».

Bambini Zen

Gli insegnanti di Zen abituano i loro giovani allievi a esprimersi. Due templi Zen avevano ciascuno un bambino che era il prediletto tra tutti. Ogni mattina uno di questi bambini, andando a comprare le verdure, incontrava l’altro per la strada.
«Dove vai?» domandò il primo.
«Vado dove vanno i miei piedi» rispose l’altro.
Questa risposta lasciò confuso il primo bambino, che andò a chiedere aiuto al suo maestro. «Quando domattina incontrerai quel bambino,» gli disse l’insegnante «fagli la stessa domanda. Lui ti darà la stessa risposta, e allora tu domandagli: “Fa’ conto di non avere i piedi: dove vai, in quel caso?”. Questo lo sistemerà».
La mattina dopo i bambini si incontrarono di nuovo.
«Dove vai?» domandò il primo bambino.
«Vado dove soffia il vento» rispose l’altro.
Anche stavolta il piccolo rimase sconcertato, e andò a raccontare al maestro la propria sconfitta.
«E tu domandagli dove va se non c’è vento» gli consigliò il maestro.
Il giorno dopo i ragazzi si incontrarono per la terza volta.
«Dove vai?» domandò il primo bambino.
«Vado al mercato a comprare le verdure» rispose l’altro.

La partenza

Tangen studiava con Sengai sin da bambino. Arrivato a vent’anni, voleva lasciare il suo insegnante e vederne degli altri per fare uno studio comparativo, ma Sengai non gliene dava il permesso. Ogni volta che Tangen accennava al suo proposito, Sengai gli dava un colpo sul capo.
Finalmente Tangen chiese a un confratello più anziano di convincere Sengai a dargli il permesso. Il confratello lo fece e poi riferì a Tangen: «E tutto a posto. Ho combinato che tu parta subito per il tuo pellegrinaggio».
Tangen andò da Sengai per ringraziarlo del permesso. Il maestro rispose dandogli un altro colpo.
Quando Tangen ne parlò al confratello più anziano, questi disse: «Ma che succede?
Sengai non ha il diritto di dare il permesso e poi di cambiare idea. Voglio proprio andare a dirglielo». E andò a parlare con l’insegnante. «Non mi sono rimangiato la mia parola» disse Sengai. «Ho voluto soltanto dargli un ultimo scappellotto, perché al suo ritorno sarà illuminato e non potrò più punirlo».

La pipa di bambù

Quando era un giovane studente di Zen, Yamaoka Tesshu andava sempre a trovare tutti i maestri. Andò a far visita a Dokuon di Shokoku.
Volendo mostrare la sua preparazione, disse:
«La mente, Buddha e gli esseri senzienti, in fondo, non esistono. La vera natura dei fenomeni è il vuoto. Non c’è nessuna realizzazione, nessuna illusione, nessun saggio, nessuna mediocrità. Non c’è nessuno che dia e niente che si riceva».
Dokuon, che stava fumando in silenzio, non fece commenti. Tutt’a un tratto colpì Yamaoka con la sua pipa di bambù. Questo fece arrabbiare moltissimo il giovane.
«Se niente esiste,» domandò Dokuon «da dove viene questa tua collera?».

I due monaci

Due monaci camminavano, un giorno, quando giunsero a un fiume dove una giovine donna era in attesa, nella speranza che qualcuno l’aiutasse a traversarlo.Senza esitare, uno dei monaci la sollevò in braccio e la portò attraverso il fiume, deponendola sana e salva sull’altra riva.I due monaci ripresero il cammino, e dopo qualche tempo il secondo non riuscì a trattenersi e disse al primo:
“Sai che non ci è consentito toccare donna. Perchè hai portato quella donna oltre il fiume?”Il primo monaco replicò:
“Mettila giù. Io l’ho già fatto due ore fa.”

Il gusto

Un maestro offri al suo discepolo un melone.” Come ti sembra? ” gli domandò. ” Ha gusto? “.” Oh, si! Un gusto squisito! ” rispose il discepolo.Il maestro gli pose allora questa domanda: ” Dov’è il gusto, nel melone o nella lingua? “.Il discepolo rifletté e si addentrò nei meandri di un complesso ragionamento: ” Il sapore deriva dell’interdipendenza, non solo tra il gusto del melone e quello della lingua, ma anche dall’interdipendenza tra… “.” Stolto! Tre volte stolto! ” lo interruppe il maestro, in un impeto d’ira. ” Perché complichi il tuo modo di pensare? Il melone e buono. Basta questo per spiegarne il gusto. La sensazione è buona. Di altro non c’e bisogno”.

Dovrebbe essere grato chi dà

Quando Seisetsu era il maestro di Engaku a Kamakura, a un certo punto ebbe bisogno di un alloggio più grande, perché quello in cui insegnava era sovraffollato.
Umezu Seibei, un mercante di Edo, decise di donare cinquecento pezzi d’oro che si chiamavano ryo, per la costruzione di una scuola più comoda. E portò questa somma all’insegnante.
Seisetsu disse: «Bene. Lo accetto».
Umezu diede a Seisetsu il sacco dell’oro, ma il contegno dell’insegnante non gli garbò troppo. Con tre ryo si poteva vivere per un anno, là ce n’erano cinquecento e il mercante non si era nemmeno sentito dir grazie.
«In quel sacco ci sono cinquecento ryo» osservò Umezu.
«Me l’hai già detto» rispose Seisetsu.
«Anche se fossi un mercante ricchissimo, cinquecento ryo sono sempre un mucchio di soldi» disse Umezu.
«Vuoi che ti ringrazi?» domandò Seisetsu.
«Dovresti farlo» rispose Umezu.
«E perché?» volle sapere Seisetsu, «dovrebbe essere grato chi dà».

Imparare a star zitti

Gli allievi della scuola di Tendai solevano studiare meditazione anche prima che lo Zen entrasse in Giappone.
Quattro di loro, che erano amici intimi, si ripromisero di osservare sette giorni di silenzio.
Il primo giorno rimasero zitti tutti e quattro. La loro meditazione era cominciata sotto buoni auspici; ma quando scese la notte e le lampade a olio cominciarono a farsi fioche, uno degli allievi non riuscì a tenersi e ordinò a un servo: «Regola quella lampada!».
Il secondo allievo si stupì nel sentire parlare il primo: «Non dovremmo dire neanche una parola» osservò.
«Siete due stupidi. Perché avete parlato?» disse il terzo.
«Io sono l’unico che non ha parlato» concluse il quarto.

Il cinese felice

Questo Hotei visse al tempo della dinastia T’ang. Non aveva alcun desiderio di definirsi maestro di Zen né di radunare molti discepoli intorno a sé.
Invece girava per le strade con un grosso sacco di tela pieno di canditi, frutta e frittelle dolci da dare in regalo. E li distribuiva ai bambini che si raccoglievano intorno a lui per giocare. Aveva istituito un giardino d’infanzia della strada.
Ogni volta che incontrava un devoto di Zen gli tendeva la mano dicendo: «Dammi un centesimo, uno solo». E se qualcuno lo pregava di tornare in un tempio e di insegnare, lui ripeteva: «Dammi un centesimo».
Una volta, mentre era intento al suo lavoro-gioco, passò un altro maestro di Zen e gli domandò: «Qual’è il significato dello Zen?». Per tutta risposta , Hotei posò immediatamente il sacco a terra.
«Allora,» domandò l’altro «qual’è l’attuazione dello Zen?». Subito il Cinese Felice si rimise il sacco in spalla e continuò per la sua strada.

Silenzio assoluto

In un piccolo tempio sperduto su una montagna, quattro monaci erano in meditazione. Avevano deciso di fare una sesshin1 di assoluto silenzio.
La prima sera la candela si spense e la stanza piombò in una profonda oscurità.
Sussurrò un monaco: ” Si è spenta la candela! “.
Il secondo rispose: ” Non devi parlare, e una sesshin di silenzio totale “.
Il terzo aggiunse: ” Perché parlate? Dobbiamo tacere, rimanere in perfetto silenzio!”.
Il quarto, il responsabile della sesshin, concluse: ” Siete tutti stolti e malvagi, solo io non ho parlato! “.

L’uccello a due teste

C’era una volta un uccello con due teste e un corpo: la testa di destra era vorace e abilissima nella ricerca del cibo, mentre quella di sinistra, altrettanto ghiotta, era maldestra.
La testa di destra riusciva sempre a nutrirsi a sazietà, mentre quella di sinistra era incessantemente tormentata dalla fame.
E così un giorno la testa sinistra disse alla destra: “Conosco, qui vicino, un’erba squisita di cui ti delizieresti: vieni, ti conduco dove cresce “.
In realtà sapeva che quell’erba era velenosa, ma voleva con questo stratagemma uccidere l’altra testa, per poter poi mangiare a piacimento.
E la testa di destra mangiò l’erba, e il veleno uccise l’uccello dalle due teste.

Una tazza di te’

Nan-in, un maestro giapponese dell’èra Meiji (1868-1912), ricevette la visita di un professore universitario che era andato da lui per interrogarlo sullo Zen.
Nan-in servì il tè. Colmò la tazza del suo ospite, e poi continuò a versare.
Il professore guardò traboccare il tè, poi non riuscì più a contenersi. «E’ ricolma. Non ce n’entra più!».
«Come questa tazza,» disse Nan-in «tu sei ricolmo delle tue opinioni e congetture. Come posso spiegarti lo Zen, se prima non vuoti la tua tazza?».

Dalla Porta senza porta:

“Un monaco chiese a Chao-chou: «Sono entrato proprio ora in questo monastero. Chiedo al patriarca di espormi la dottrina».
Chao-chou rispose: «Hai già mangiato il tuo riso bollito?».
Il monaco disse: «L’ho già mangiato».
Chao-chou disse: «Allora va’ a lavare la ciotola».
Il monaco ebbe un’importante illuminazione.

Se incontri il buddha per la strada, uccidilo!

“Uccidere il Buddha quando lo si incontra significa superare il mito del maestro, il mito del guru, il mito dello psicoterapeuta; significa rinunciare al ruolo di discepolo e distruggere la speranza che qualcun altro, all’infuori di noi, possa essere il nostro padrone.” Sheldon B. Kopp

«Se incontri il buddha per la strada, uccidilo!» è un koan e come tale non ha un significato preciso. Forse non ne ha nessuno, forse ne ha centomila. A me dice che tutti noi, più o meno consciamente, abbiamo introiettato un modello di perfezione, cui abbiamo dato un nome altisonante: «buddha», per esempio. Ma questo non è il vero buddha. DarumaÈ un idolo creato dalla nostra stessa mente. Una proiezione, insomma, ottenuta cambiando di segno ciò che in noi percepiamo come «negativo». Dopo aver disconosciuto quel che in effetti non è che il nostro lato oscuro, lo proiettiamo fuori di noi, in cinerama e col dolby surround, trasfigurandolo. Togliamo l’«im» dall’imperfezione e ci illudiamo, in questo modo, d’aver ottenuto la perfezione. In realtà, abbiamo creato una caricatura autoreferenziale (clicca sull’immagine per ingrandirla). Uccidere questo buddha vuol dire volgersi finalmente verso la propria mente non per uniformarla a un «buddha» immaginario, ma per conoscerla così com’è, senza volerla ad ogni costo cambiare, e creando così lo spazio in cui il cambiamento diviene possibile.

L’incarico

Il maestro Pai-chang voleva scegliere un monaco cui affidare l’incarico di aprire un nuovo monastero. Convocò i suoi discepoli, pose una brocca sul pavimento e disse loro: “Sceglierò chi saprà descrivere questa brocca senza nominarla”. “È un vaso di forma rotondeggiante, con un manico e un becco” rispose il più colto dei suoi allievi. “È un recipiente di colore grigio e serve per contenere acqua o altri liquidi” disse un altro. “Non è uno zoccolo” intervenne un terzo più spiritosamente. Gli altri monaci non dissero nulla, perché erano convinti di non poter escogitare definizioni migliori. “Non c’è nessun altro?” domandò il maestro. Allora si alzò Kuei-shan, che nel monastero era un semplice inserviente. Egli prese la brocca in mano e la mostò a tutti senza dire nulla. Pai-chang dichiarò: “Kuei-shan sarà l’abate del nuovo monastero”.

La via cos’è?

Joshu chiese [al suo maestro] Nansen: “La via, cos’è?”.
Nansen disse: “È la mente Quotidiana”.
Joshu disse:”Bisogna mirare ad essa, non è vero?”.
Nansen: “Nel momento in cui miri a qualcosa, l’hai già persa”.
Joshu: “Se non miro ad essa, come posso conoscere la Via?”
Nansen: “La Via non ha nulla a che fare col ‘conoscere’ o col non ‘conoscere’.
Conoscere è solo percepire ciecamente.
Non conoscere è solo assenza di percezioni.
Se hai raggiunto la via a cui non si può mirare, è come lo spazio: un vuoto assolutamente limpido.
Non puoi forzarla nell’uno o nell’altro modo”.
In quel momento Joshu si risvegliò al significato profondo.
La sua mente fu come la Limpida luna piena.

Tre racconti Zen

Il maestro zen Oshugo venne sfidato a dibattere in pubblico da un maestro rivale. Al mattino, prima di recarsi al confronto, entrò nella casa di una famiglia di contadini e la sterminò, senza curarsi di nascondere le tracce. Quando arrivò, con le mani ancora sporche di sangue, la notizia si era già diffusa e il maestro rivale lo accolse con un grido di orrore:
“Come osi venire qui? Hai appena sterminato una famiglia”
“ Perché mi demonizzi? Io non ti demonizzo. Non potrai mai vincere questo confronto se mi demonizzerai, come se si trattasse di una questione personale”.
Il maestro rivale chinò il capo e tacque.

*

Nella comunità del maestro Oshugo vigeva la regola ferrea che nessuno potesse appropriarsi delle cose degli altri. Un giorno il maestro rubò tutti i vestiti e i beni di alcuni suoi discepoli. I discepoli trovarono il coraggio di denunciarlo a un altro discepolo, cui erano affidate le funzioni di giudice della comunità. I discepoli andarono da lui per comunicargli la sentenza:
“Maestro, ti abbiamo condannato ad abbandonare la comunità”
“Ma io sono stato eletto” rispose il maestro.
I discepoli si guardarono, poiché non ricordavano alcuna elezione. “Da Dio, intendo”. I discepoli si guardarono perché era la prima volta che il maestro nominava Dio.
“Comunque, ho cambiato la legge. Contingenza, ciò che non permane. Come può la sentenza di oggi essere la guida di domani? Forse che ci scotteremo con lo stesso sole?” concluse il maestro. E poi, dopo qualche minuto di silenzio: “Buddha è la ciotola o il cane?”.
I discepoli rimasero interdetti.
“Dicevo così, tanto per dire” bofonchiò il maestro Oshugo. I discepoli, finalmente illuminati, si inchinarono.

*

Il maestro Oshugo una volta, mentre era seduto in un bosco insieme a un gruppo di discepoli che lo acclamavano, si alzò e si rivolse a quattro fanciulle che passavano ridendo.
“Ehi, non lo sapete che questo è un posto di raccoglimento?”.
Quelle lo ignorarono, così il maestro prese delle pietre e le scagliò contro le giovinette, colpendole con precisione alla tempia e provocandone l’immediato decesso.
I discepoli lo acclamarono. In quel mentre sopraggiunsero due fratelli delle ragazze.
“Assassino” gli gridarono.
“ Voi non state offendendo me” disse calmo Oshugo “State offendendo loro, che mi acclamano e mi danno fiducia”.
I due fratelli chinarono il capo.

La vigna (Cesare Pavese)

Una vigna che sale sul dorso di un colle fino a incedersi nel cielo, è una vista familiare, eppure le cortine dei filari semplici e profonde appaiono una porta magica. Sotto le viti la terra rossa è dissodata, le foglie nascondono tesori, e di là dalle foglie sta il cielo.
Tutto ciò è familiare e remoto, infantile a dirla breve, ma scuote ogni volta, quasi fosse un mondo.
La visione s’accompagna al sospetto che queste non siano se non le quinte di una scena favolosa in attesa di un evento che né il ricordo né la fantasia conoscono. Qualcosa di inaudito è accaduto o accadrà su questo teatro.
Solamente un ragazzo la conosce davvero; sono passati gli anni, ma davanti alla vigna l’uomo adulto contemplandola ritrova il ragazzo. Ma nulla è veramente accaduto e il ragazzo non sapeva di attendere ciò che adesso sfugge anche al ricordo. E ciò che non accadde al principio non può accadere mai più.
Se non forse sia stata proprio questa immobilità a incantare la vigna. Un sentiero l’attraversa all’insù, dimezzando i filari e tagliando una porta sul cielo vicino. Il ragazzo saliva per questi sentieri, vi saliva e non pensava a ricordare; non sapeva che l’attimo sarebbe durato come un germe e che un’ansia di afferrarlo e conoscerlo a fondo l’avrebbe in avvenire dilatato oltre il tempo. Forse quest’attimo era fatto di nulla, ma stava proprio in questo il suo avvenire. Un semplice e profondo nulla, non ricordato perché non ne valeva la pena, disteso nei giorni e poi perduto, riaffiora davanti al sentiero, alla vigna, e poi si scopre infantile, di là dalle cose e dal tempo, com’era allora che il tempo per il ragazzo non esisteva. E allora qualcosa è davvero accaduto. E’ accaduto un istante fa, è l’istante stesso: l’uomo e il ragazzo s’incontrano e sanno e si dicono che il tempo è sfumato.
L’uomo sa queste cose contemplando la vigna. E tutto l’accumulo, la lenta ricchezza di ricordi d’ogni sorta, non è nulla di fronte alla certezza di quest’estasi immemoriale. Ci sono cieli e piante, e stagioni e ritorni, ritrovamenti e dolcezze, ma questo è soltanto passato che la vita riplasma come giochi di nubi. La vigna è fatta anche di questo, un miele dell’anima, e qualcosa nel suo orizzonte apre plausibili vedute di nostalgia e speranza. Insoliti eventi vi possono accadere che la sola fantasia suscita, ma non l’evento che soggiace a tutti quanti e che tutti quanti abolisce: la scomparsa del tempo. Questo non accade, è: anzi è la vigna stessa.
E non accade nulla, perché nulla può accadere che sia più vasto di questa presenza. Non occorre nemmeno fermarsi davanti alla vigna e riconoscerne i tratti familiari e inauditi. Basta l’attimo dell’incontro.

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Senza l'esperienza e una buona dose di umiltà, la scrittura -sia in prosa che in poesia- rimane puro estetismo. Senza essersi fatti le ossa attraverso uno «studio matto e disperatissimo» non si raggiungerà mai la capacità di dare un fondamento logico al linguaggio idoneo ad ogni situazione. L'adagio che afferma come «non si nasca imparati» ha questo sapore.

La redazione

Ciò che il pubblico critica in voi, coltivatelo. Quello, siete voi.

Jean Cocteau

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