Levi

ago 7, 2012 by

divisorio dorato

Levi il suo nome. La madre, ebrea, aveva deciso di lasciare tracce inconfondibili di amore nel nome di quel figlio tanto atteso.

Adesso era davanti a suo nonno, il nome come il suo.

Uno specchio. Parlare con suo nonno era come trovarsi davanti allo specchio.

Con le stesse emozioni, la meraviglia di trovarsi li, uguali ed invecchiati.

C’era una forza strana in quell’incontro. E così come allo specchio, si trovava davanti alla voglia più pura di vita, all’abbraccio più grande con la vitalità. E come allo specchio, i sogni imprigionati, il rispetto, la ricerca, la voglia di provare a somigliarsi.

Uno specchio.

Seduto vicino alla poltrona dove placido, sonnecchiava suo nonno, Levi era raggomitolato; le mani a richiudere ogni cerchio, la vita a sfera con il cuore, il suo cuore al centro.

Annat lo chiamava “Gomitolo di vita”. Impossibile non capire quanto, per lei, Levi fosse ogni cosa.

−Levi!

La voce ferma e dolce di suo nonno non scompose il ragazzino, che alzo la testa: e la vita sembrava sprigionarsi da quel gomitolo, d’un tratto, fuoriuscendo dallo spazio aperto che si era creato con quel movimento.

− Nonno!

Il tono non nascondeva una forma di implorante richiesta. La ripetizione di quella lettera era il giurarsi della misericordia all’incanto. La forma contratta di una dedizione intima.

−Avvicinati, voglio dirti qualcosa.

E lo scatto di Levi non trascurò la bellezza di una vita così giovane e la sua armonia che, con passione naturale andava a raggomitolarsi ai piedi dell’anziano componente dello Specchio.

Senza attendere la risposta, e senza poterlo vedere, per la sua cecità, il nonno sentì il respiro sulla sua gamba, lì dov’era poggiato – Gomitolo di vita – per ascoltare.

−Ci sono amori, Levi, da guardare alla finestra, con lo sguardo affamato e complice, di quelli che si scambiano carezze per nulla e navigano in mari di desiderata pazienza. Fatti di nuvole dolci, perpetui e costanti, sono immobili nei gesti, così pieni di affetto, da volerci riposare dentro.

Ci sono amori fatti di pasta di vento, che bruciano come rovi e mangiano passione. Li vedi con gli occhi lucidi e ti sembra che siano li da sempre, senza fumo. Dormono nei corpi di giovani fanciulli che si abbandonano, con misurata perfezione e magnifica imprudenza, ai bordi di una spiaggia stanca, su pietre bagnate mai di pioggia.

Ci sono gli amori iniziati per fretta e finiti per nulla, che guardi con gli occhi dei vecchi e sono nel tempo che li ha divorati con l’urgenza di quelli che non hanno scuse. E li trovi affacciati in balera; canti di feste nuziali consumati nella deriva di un morso al fuoco, di un dolore al centro dello stomaco.

Ci sono amori che non si possono toccare e sono nel bianco dei visi, affacciati sulle tegole della vita, che vogliono urlare e il cielo gli ha tolto la voce. Sono nelle canzoni stanche di cantanti stonati, nelle pieghe del blues, nelle onde e nell’eco – voce senza voce – dei piedi di un monte troppo alto.

Ci sono gli amori feriti, che bevono in coppe di sangue che non si addensa, li guardi e non puoi scordarli, se gli dai la mano non smettono di tirarti giu.

Ci sono gli amori mai nati, quelli del fiato sospeso, quelli che puoi frugare nel cuore delle donne che non ti hanno amato mai così come frughi il cassetto dei sogni perduti. Li vedi e rimpiangi di essere sempre stato troppo vecchio e sempre così armato di parole, per non ascoltare il vuoto negli occhi di chi hai aspettato, con cura. Ed hai costruito ogni cosa solo tu, con pazienza, mentre ricevevi solo un’assenza, soltanto un’idea.

E poi, Levi, figlio mio, ci saranno i tuoi amori, che saranno come questi.

O saranno ancora diversi. Saranno bellezza e ti coloreranno gli occhi, o saranno miseria, e li bagneranno.

Comunque saranno, non gettarli e non abbattere il cuore, non raggomitolarli, perché i tuoi amori varranno più del corpo che riesci a chiudere a cerchio. E quando ami con tutto il cuore, diventi proprio come Dio, che da la vita a qualcuno perché lo amerà sempre.

E poi un silenzio di pochi istanti, perciò infinito, di uno stupore inenarrabile.

Il nonno posò la mano sulla testa di Levi, e fece forza per alzarsi.

Con delicata attenzione adagiò il corpo sul letto a pochi passi da lui.

Levi – Gomitolo di vita – leggeva quella poesia con i suoi occhi e un po’ con quelli di sua madre.

Aveva capito.

Strinse la mano del nonno, che respirò con pienezza e disse, lievemente:

−Levi, Gomitolo di Vita.

E andò via. Per sempre.

Una lacrima dolce divise il volto del piccolo Levi che, con voce ferma, come un giuramento, disse:

Shalom, Levi, Le Chaim.

Che vuol dire Alla Vita.

Shalom, Levi. Le Chaim.

 

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Senza l'esperienza e una buona dose di umiltà, la scrittura -sia in prosa che in poesia- rimane puro estetismo. Senza essersi fatti le ossa attraverso uno «studio matto e disperatissimo» non si raggiungerà mai la capacità di dare un fondamento logico al linguaggio idoneo ad ogni situazione. L'adagio che afferma come «non si nasca imparati» ha questo sapore.

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