Milena Milani: scrivere e dipingere

mar 24, 2012 by

divisorio dorato

Scrivere parole, spiegare perché un libro come Storia di Anna Drei uscito per la prima volta nel settembre del 1947, viene nuovamente ristampato, proposto ad altri lettori, forse giovani e disincantati, mi sembra che non abbia senso. La vita va avanti in fretta, e questi trent’anni, anzi quasi trentuno che separano la me stessa di oggi, da quella di ieri, mi appassiono, e sono stupita di avere vissuto già così lungamente, tanto che a ogni giorno nuovo ringrazio Dio di concedermelo.

I personaggi di Storia di Anna Drei, di Dio non parlano quasi mai. Me ne sono accorta rileggendo il romanzo.
Non ricordo bene some io fossi nel 1947 quando questo libro uscì, e nemmeno com’ero prima, quando incominciai a scriverlo, oppure quando lo pensavo.
In quegli anni abitavo a Venezia, ero innamorata di un uomo, soffrivo per lui, ma ero anche molto felice, perché tutti e due eravamo giovani e immaginavamo una lunga vita da passare insieme.
Prima di andare a Venezia, stavo a Roma, e continuavo a starci per essendo a Venezia, laggiù avevo una specie di abitazione caotica come tutte le mie abitazioni, dove si accumulano libri e carte, pacchi di giornali che devo guardare, quadri che dipingo io, e quadri che mi regalano gli amici pittori.
Un filo ideale legava le due città, a Roma c’era il poeta Vincenzo Cardarelli, mio maestro, e mio vecchio amico, e quando da Venezia scendevo al sud, andavo subito a trovarlo, prima di andare a casa, voglio dire che correvo a Via Veneto, al Caffè Strega, dove lui stava seduto tutto il giorno, con il suo cappotto anche se era estate, e soprattutto quel suo sguardo che si illuminava vedendomi, e un sorriso vago sulle labbra, quasi d’ombra, che tuttavia bastava a consolarci entrambi.
Non parlavamo molto, ma ogni tanto quando io non arrivavo, il poeta mi scriveva, di solito su cartoline postali, con una chiara calligrafia, che non ho mai dimenticato. Una di queste lettere, o meglio di queste cartoline, riguardò una volta Storia di Anna Drei, che era il mio primo romanzo.
Avevo già pubblicato in precedenza due libri, uno di poesie, che si chiamava Ignoti furono i cieli (uscì a Venezia a fine 1944, con un disegno di Filippo De Pisis, che era il mio ritratto); l’altro di racconti, a fine 1946, intitolato L’estate, con la sovraccoperta dipinta da Remo Brindisi, che vinse a Milano il Premio Rosa di Brera 1947.
Fin da bambina avevo sempre scritto e dipinto, anzi avrei voluto studiare pittura, ma c’era un’altra mentalità in quei tempi, nella mia città non c’era allora il Liceo Artistico, e dedicarsi alla pittura appariva troppo bohémien, così non mi permisero di appagare il mio sogno (anche se di nascosto frequentavo qualche pittore locale), la mia famiglia era piuttosto borghese, anche se mio padre era anarchico, così feci altri studi, e quando andai a Roma all’Università, mi rifeci del tempo perduto, passavo le giornate con gli artisti, andavo alle mostre, dipingevo e scrivevo.
Mi interessavo alla gente, alle cose da vedere, e in un certo senso anche a me stessa: tutto mi appariva racconto e romanzo, a ogni istante trovavo l’inizio per una storia che poteva essere breve o lunga, non lo sapevo, ma certo mi entusiasmava. Lo stesso mi succeda per i colori da adoperare sulla tela, dipingevo parole, le inserivo nel quadro, esse risplendevano di una loro vita che andava oltre le mie intenzioni; lo stesso mi capita da quando faccio ceramica e vado in fabbrica ad Albisola. Mi sono sempre espressa indifferentemente in un modo o nell’altro. Sono sempre rimasta me stessa, sia nei quadri, o nelle ceramiche, nei romanzi o nelle poesie. Dipende dal momento, dalla necessità di avere una pagina bianca o i colori: entrambe le cose mi danno gioia e sofferenza.
Mi accorgo che di me, i critici non sanno molto. Del resto con i critici non parlo mai.
Ultimamente, la rivista “Panorama” ( il n.615 del 31 gennaio 1978) ha pubblicato una guida degli scrittori italiani di oggi, io sono stata liquidata con sette righe, compreso il nome e cognome in maiuscolo, e la data di nascita sbagliata. Per altri ci sono intere colonne, di loro si sa tutto, anche che sono eccellenti disegnatori, oppure baritoni, di me invece si ignorano le oltre trenta mostre personali che ho fatto, oppure può succedere che si legga, come anni fa, sulla “Fiera Letteraria” che avrei abbandonato la letteratura per la pittura. Nessuno si ricorda che ho fatto parte dello Spazialismo con Lucio fontana, e forse i nostri critici letterari non sanno nemmeno che cosa sia lo Spazialismo.
Per ritornare a Storia di Anna Drei, la guida di “Panorama” lo consiglia come lettura, ma dice anche che il mio “talento narrativo evidente nelle prime prove” è stato adulterato da una esasperata ricerca della originalità e del non conformismo a tutti i costi. Sono anche l’unica nelle sessantadue pagine della guida a meritarmi questo giudizio, che del resto mi piace perché mi conforta nella mia idea che i critici non leggono, e se leggono lo fanno quando l’autore è per lo meno sindaco e parente di un grosso industriale, oppure convivente dell’anziano e importante scrittore, o del critico che è anche rettore, oppure se l’autore intrallazza con radio e televisione, se ha rubriche di potere, collaborazioni fisse a quotidiani del nord e si occupa dell’ufficio stampa di qualche politico.
Io non sono niente di niente.
Ma sono aggressiva, anche rude, dico quello che penso, amo la libertà e non sono affatto diplomatica, inoltre non appartengo a nessun clan, a nessuna mafia letteraria, non ho corte né seguito, se non i miei lettori, e su di me corrono tante dicerie, soprattutto sessuali, perché i miei libri si occupano di sesso, ma quando mai i critici mi hanno veramente letto e capito, e quando mai si sono accorti che per me il sesso è come l’anima, ha lo stesso valore?
Eppure, agli inizi della mia carriera letteraria, io ai critici ci credevo. In quegli anni, un loro giudizio contava.
Quando presi a scrivere Storia di Anna Drei, ero, come ho detto, a Venezia. Scrissi questo libro con il proposito di vincere un premio di cui avevo trovato il bando. Era il Premio Mondadori. Attaccai quel foglietto stampato al muro accanto al mio tavolo, con una puntina, e ogni tanto lo rileggevo, un po’ emozionata, perché il concorso era importante, doveva rivelare dei nuovi scrittori, e io non sapevo bene come fare, ma avevo dentro di me tante cose che urgevano, e sentivo che dovevo dirle così come erano, semplici e profonde allo stesso tempo.
Il libro finì e io non parlavo di Venezia, ma di Roma, che era nei miei pensieri, raccontavo di Anna Drei e della sua amica che vagavano per le strade di Roma, ed era inverno, ma spesso c’era il sole, Roma era bellissima, tuttavia Anna Drei, cupa, soave creatura, sarebbe morta, in fondo aveva sempre desiderato di morire, non sapeva trovare altra via d’uscita.
Vinsi il premio letterario, il romanzo fece la sua strada.
Il poeta Cardarelli il 13 gennaio 1948 mi scrisse una lettera, ecco quanto diceva:
“Cara Milena, il tuo romanzo l’ho letto d’un fiato. E’ un libro singolarissimo: originale e terribile. Anna Drei non è una specie di Saffo moderna? Quel gelo nelle vene di cui si discorre nel manoscritto di Anna Drei, fu già noto, senza alcun dubbio,alla poetessa greca. E’ il gelo dell’amore, dei grandi erotici, dei celebri sensuali… Hai scritto, con meravigliosa disinvoltura, una fortissima opera. Le prime pagine di Anna Drei sono di un vigore lirico inaspettato. Ah, come hai saputo rivelare la donna nella sua più semplice e quasi paurosa verità! La scrittura è leggera, melodica, felicissima. Chi ti scoprirà? Il tempo, sta certa. Tu avrai un nome. Lo afferma il tuo vecchio amico Vincenzo Cardarelli”.
Non riproduco queste parole per vanità, ma soltanto per un bisogno del mio cuore (già esse furono pubblicate nelle ristampe del marzo 1964 da Mondadori; del marzo 1970 da Longanesi).
Molto spesso ripenso a Cardarelli immobile sulla sua sedia in Via Veneto, con il sole e con la pioggia, e mi rivedo con un piccolo mazzo di fiori, quando gli dicevo:
“Omaggio per il poeta”.
Gli piacevano gli anemoni e le viole, a volte gliene mettevo qualcuna all’occhiello del logoro cappotto, e allora lui guardava in giro furtivamente per capire se qualcuno aveva osservato il mio gesto, sembrava un ragazzo intimidito.
Dicevo all’inizio di questa prefazione che spiegare perché Storia di Anna Drei viene nuovamente ristampata, mi pare che non abbia senso. Invece scrivendo queste righe, ripensando al tempo lontano, scopro che un significato c’è, un senso esiste: vorrei saper raccontare la storia di quegli anni, il tramonto di quel saggio antico tra il caotico andare delle macchine e della gente, dire di lui, com’era, astratto da tutti, isolato nello splendore della sua poesia, anche se ormai non scriveva più, e nemmeno parlava. Via Veneto senza Cardarelli non è più la stessa, e infatti ora ci vado raramente, è diventata una strada anonima come tante; ma questa nuova edizione di Storia di Anna Drei, che esce adesso da Rusconi, riporta ancora le parole del poeta, come un augurio, una tangibile prova di affetto.
Non dimentico il mio vecchio amico, ogni tanto rileggo i suoi libri, le prose, le poesie. Mi reputo fortunata di averlo conosciuto, di averlo ascoltato.
Quando lui morì, provai una grande sofferenza; ma a volte quando vado a Tarquinia dove lui è sepolto in un meraviglioso cimitero dove il cielo è immenso, il mare è vicino, e gli antichi ruderi testimoniano di una superba civiltà, io sento una profonda pace. Sul colle fiorito c’è tanto silenzio, vorrei avere scritto e scrivere pagine che fossero davvero degne del mio amico poeta.
Vorrei anche che i critici continuassero a ignorarle, che il pubblico invece le leggesse, perché io amo il colloquio con la gente, con i lettori; mi interessa un discorso che non è mai sterile, mai inutile. Dei critici posso fare ameno, del mio pubblico no.
Anche di Dio non posso fare a meno.
Più il tempo passa, più avverto la sua presenza. I personaggi di Storia di Anna Drei, dicevo, di dio non parlano quasi mai. Ma non è proprio così.
Sono personaggi giovani che hanno in sé quel dono pazzesco della giovinezza di cui non si rendono esattamente conto, quindi la sprecano, la calpestano, la buttano via, perché cercano libertà e successo come tutti i giovani di oggi, di ieri e di sempre. Le stagioni che passano portano insoddisfazioni e inquietudini, la morte sembra rappresentare la pace. Ma c’è anche dentro la rabbia verso una società che non aiuta nessuno, che arriva sempre quando tutto è finito, è concluso. L’invisibile Dio regola invece le azioni di tutti, questo Dio vede senza essere visto, ma ognuno se lo porta dentro, perché è un Dio di amore.
Anna Drei forse assomiglia a me stessa, solo che per me ci sono ancora cose da fare, pagine da scrivere, quadri da dipingere, e le giornate che ricominciano, il sole, la pioggia, la felicità, la disperazione.

Milena Milani

(Prefazione al romanzo “Storia di Anna Drei” – Rusconi)

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Senza l'esperienza e una buona dose di umiltà, la scrittura -sia in prosa che in poesia- rimane puro estetismo. Senza essersi fatti le ossa attraverso uno «studio matto e disperatissimo» non si raggiungerà mai la capacità di dare un fondamento logico al linguaggio idoneo ad ogni situazione. L'adagio che afferma come «non si nasca imparati» ha questo sapore.

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Jean Cocteau

2 Comments

  1. avatar
    angela giordano

    Grazie Cristina per aver pubblicato questo scritto…l’ho trovato interessante e molto vicino a me che come sai dipingo( da circa 30 anni ) e scrivo poesie.
    Mi sono ritrovata in molte cose che l’autrice scrive…si tende a riportare nelle proprie opere se stessi ed i veri sentimenti che si provano senza dover mediare.
    Se una poesia arriva a toccare le corde del cuore è già una vittoria! (L)

  2. avatar

    La poesia DEVE toccare il cuore, o resta un esercizio, un semplice susseguirsi di parole.
    Cris

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