Poesia erotica


Per poesia erotica (ovvero adatta ad un pubblico adulto) si intende quella poesia che abbia come suo argomento principale la sessualità, l’erotismo e all’amore fisico, attraverso i quali vengono veicolati contenuti filosofici o spirituali.

Ogni poesia erotica, se autentica e profonda, ha in se’ Venere e Marte, coito di luce e d’acqua; l’elemento maschile e femminile sono in compresenza mistica.
Chi scrive d‘eros, sente l’urgenza di appropriarsi  dei  segreti sepolti sotto le istituzioni, e  che pure gli appartenevano dal principio come verità di vita,  portandoli avanti con libertà di crescita e desiderio, in un raffinato piacere intellettuale.

A questo punto può essere estremamente difficoltoso distinguere tra erotismo e pornografia, ma una distinzione, in letteratura, può venirci in aiuto azzardando che  l‘erotismo è un percorso di conoscenza, mentre la pornografia è la mera ripetizione stereotipizzata di una meccanica.

Un’altra differenza è che nella poesia erotica non è obbligatoria la descrizione dell’atto fisico in sé, ma ci si può limitare anche alla tensione che può portare all’atto medesimo.

« La differenza tra erotismo e pornografia è la differenza tra il sesso celebrativo e quello masturbatorio » (Herbert Marcuse, da Eros e civiltà)

Questa piccola raccolta di poesia erotica, vuole essere un piccolo contributo all’evolversi della poesia erotica nel tempo. Naturalmente, le poesie erotiche contenute in questa pagina sono adatte ad un pubblico adulto

 

 Ibico

A primavera, quando
l’acqua dei fiumi deriva nelle gore
e lungo l’orto sacro delle vergini
ai meli cidoni apre il fiore,
e altro fiore assale i tralci della vite
nel buio delle foglie;

in me Eros,
che mai alcuna età mi rasserena,
come il vento del nord rosso di fulmini,
rapido muove: così, torbido
spietato arso di demenza,
custodisce tenace nella mente
tutte le voglie che avevo da ragazzo.

 
Guillaume Apollinaire

La nudità dei fiori


La nudità dei fiori è il loro odore carnale
Che palpita e si eccita come un sesso femminile
E i fiori senza profumo sono vestiti di pudore
Essi prevedono che si vuol violare il loro odore
La nudità del cielo è velata di ali
Di uccelli che planano d’attesa inquieta d’amore e di fortuna
La nudità dei laghi freme per le libellule
Che baciano con azzurre elitre il loro ardore di spume
La nudità dei mari io la adorno di vele
Che esse strazieranno con gesti di raffica
Per svelare il loro corpo allo stupro innamorato di esse
Allo stupro degli annegati ancora irrigiditi d’amore
Per violare il mare vergine dolce e sorpresa

Del rumore dei flutti e delle labbra appassionate

 

La Sottoveste

Germaine Avete una bella sottoveste

Una bella sottoveste di regina e di regina crudele
Fatemi toccare la seta Una seta del Giappone
Con un largo volant di merletto antico

Questa campana di seta ove il doppio battacchio
Delle gambe rintoccò a morto per i miei capricci
Io la suono mia Germaine col seno palpitante
E le mani appoggiate sulle vostre anche complici

La vostra camera mia campana è un affascinante campanile
Ove le mie mani sulla seta mi straziano le orecchie
I ganci forca delle sottovesti appese
Dondolano impiccati di seta che mi meravigliano

Immobile come un gufo la lampada veglia

 

Bronte Emily

Parla per me

Deve rispondere la luce del tuo sguardo,
ora che la ragione, con occhi sdegnosi,
irride alla mia piena sconfitta!
La tua lingua di miele deve parlare per me
e dire perchè io ti abbia scelto!

La severa ragione viene al giudizio,
vestita delle sue vesti più cupe:
sarai muto tu, mio difensore?
No, angelo radioso, parla per me,
spiega perchè io abbia scagliato lontano il mondo.

Perchè con tanta ostinazione ho evitato
il comune sentiero che ognuno ha seguito,
perchè ho percorso una strada sconosciuta,
ignorando a un tempo potere e ricchezza -
le ghirlande della gloria e i fiori del piacere.

Un tempo apparivano creature divine;
un tempo forse udirono i miei voti,
e sui loro altari videro le mie offerte;
ma, doni senza amore non sono apprezzati,
e i miei vennero disprezzati giustamente.

Con un cuore pronto ho giurato
di ignorare i loro altari di pietra;
ho consacrato il mio spirito ad adorare
te, creatura fantasma, onnipresente;
mio schiavo, mio compagno e mio re.

Schiavo, perchè ancora ti governo;
ti piego alla mia volontà che vuol mutare,
rendo buono o cattivo il tuo influsso:
compagno, perchè la notte e il giorno
tu sei la mia intima delizia, -

Pena tanto amata che lacera e ferisce
e strappa dalle lacrime un grido di gioia
offuscando per me ogni terrena cura;
tuttavia, re, se pure la prudenza
ha insegnato alla tua schiava a ribellarsi.

Sono in torto se mi inchino a venerare
là dove la fede non ha dubbi, nè la speranza dispera,
poichè la mia stessa anima può esaudire la preghiera?
Parla, dio delle visioni, parla per me,
spiega perchè io ti abbia scelto!

 

Gabriele D’Annunzio

Crudele amica

Mia crudele amica o mia crudele Amica
non vi lasciate mettere l’Uccello
in quella ricca e opulenta fica
che nel suo genere è il perfetto bello?

Vorrei essere davvero una formica
per entrare quatto quatto in quel corbello:
sapete, non m’importerebbe mica
di restar preso nel cresputo vello.

Voi fareste addolcir qualunque amaro
noi tutti quanti ripetia in coro:
Voi siete qualche cosa di ben raro

Portate di bellezze un gran tesoro
via, via, prendere un pugno di denaro
e lasciatemi entrar nel vostro foro

Argentea

Quando prona, col ventre ne l’arena,
nuda si lascia a’ conquistare lento
de le maree, non dunque a luna piena
ella è una grande statua di argento?

Venere Callipige in una oscena
posa. Scolpiti nel tondeggiamento
de’ lombi stan due solchi; ampia la schiena
piegasi ad un profondo incavamento.

Cresce il flutto e la bagna. Ella si scuote
io al senso di quel gelido contatto
e di piacer le vibrano le terga.

Il flutto su la faccia la percuote;
ma rimane godendo ella in quell’atto
fin che l’alta marea non la sommerga.

 

David H.Lawrence

Perversione

Pazienza, piccolo Amore!

Una donna dal petto pesante, calda come giugno entrerà
un giorno e chiuderà la porta, per restare.

E quando l’animo tuo, oppresso, avrebbe reclamato
una fresca notte solitaria, il suo petto la notte coprirà
pendente nella stanza tua come una coppia di gigli tigrati,
che i loro petali oro-pallido schiudono con ferma intenzione
e soffocano le tenebre blu con acre profumo, fiaccando
il tuo corpo con la spinta dei suoi capezzoli, finché
freschezza bramerai con una forte sete.

E ti ricorderai allora, con desiderio vero
per la prima volta, quel che ero per te.
Così profondamente sogna un narciso selvatico
e ti attende attraverso l’oscurità
fredda ed azzurra, brillando allegramente
ai tuoi piedi come piccola luce.

Pazienza, piccolo Amore! Negli anni a venire
io sarò dolce per te, nella memoria.

 

Gioventu’ vergine

Di quando in quando
tutto m’ansima il corpo
e la vita mi appare negli occhi,
tra essi vibrando e la bocca
giù selvatica discende per le membra
lasciando gli occhi miei svuotati tumultuanti
e il petto mio quieto colma d’un fremito e un calore;
e giù per le snelle ondulazioni sottostanti
che onde diventan pesanti, di passione gonfie
e il ventre mio placido e sonnolento
all’istante ribelle si desta bramoso,
eccitato sforzandosi e attento,
mentre le tenere braccia abbandonate
con forza selvaggia s’incrociano
a stringere – quel che non hanno stretto mai.
E tutto io vibro, tremo e ancora tremo
finché la strana potenza che il corpo mi scuoteva
non svanisce
e nobile non risorge l’ininterrotto fluire della vita
nella durezza implacabile dei miei occhi,
non risorge dalla bellezza solitaria del corpo mio
esausto e insoddisfatto.

 

JOYCE MANSOUR

DA “LACERAZIONI”, 1955

Invitami a trascorrere la notte nella tua bocca
Raccontami la giovinezza dei fiumi
Premi la mia lingua contro il tuo occhio di vetro
Dammi a balia la tua gamba
E poi dormiamo, fratello mio,
Perché i nostri baci muoiono più veloci della notte.
C’è del sangue sul giallo d’uovo
C’è dell’acqua sulla piaga della luna
C’è dello sperma sul pistillo della rosa
C’è un dio in chiesa
Che canta e s’annnoia

Non ci sono parole
Soltanto peli
Nel mondo senza verzura
Dove i miei seni sono re.
E non ci sono gesti
Soltanto la mia pelle
E le formiche che brulicano tra le mie gambe untuose
Portano le maschere del silenzio lavorando.
Viene la notte e la tua estasi
E il mio corpo profondo questo polipo senza pensiero
Ingoia il tuo sesso agitato
Durante la sua nascita.
Un nido di viscere
Sull’albero secco che è il tuo sesso
Un cipresso nero piantato nell’eternità
Fa la veglia ai morti che alimentano le sue radici
Due ladroni crocifissi su costolette d’agnello
Se la ridono del terzo che, a missione compiuta,
mangia la sua croce di carne arrostita.

Il nero mi circonda
Salvatemi
Gli occhi aperti sulla vuota disperazione degli orizzonti marittimi
Mi scoppiano nella testa
Salvatemi
I pipistrelli dai corpi ammuffiti
Che vivono nei cervelli torturati dei monaci
S’attaccano alla mia lingua cremosa
La mia lingua gialla di donna accorta.
Salvatemi, voi che capite
E i vostri giorni saranno moltiplicati
Malgrado i peccati che non vi hanno perdonato
Malgrado lo spessore delle notti nelle vostre bocche
Malgrado i vostri bambini iniziati al male
Malgrado i vostri letti.

( traduzione di Carmine Mangone da “Fiorita come la lussuria”)

 

Federico Garcia Lorca

Casida della donna distesa

Vederti nuda è rievocare la terra.
La terra piana e priva di cavalli.
La terra senza un giunco, forma pura
chiusa al futuro: confine d’argento.

Vederti nuda è comprendere l’ansia
della pioggia che cerca fragili fianchi,
o la febbre del mare dal volto immenso
che non trova la luce della sua guancia.

Il sangue risuonerà nelle alcove
e verrà con spada di folgore,
ma tu non saprai dove si celano
il cuore di rospo o la violetta.

Il tuo ventre è uno scontro di radici,
le tue labbra un’alba senza profilo,
e sotto le tiepide rose del letto gemono
i morti, in attesa del loro turno.

Bella e il vento

La sua luna di pergamena
bella suonando viene,
per un anfibio sentiero
di cristalli e d’allori.
Il silenzio senza stelle,
fuggendo la cantilena
cade dove il mare batte e canta
la sua notte piena di pesci.
Sulle cime della sierra
dormono i carabinieri
vigilando le bianche torri
dove vivono gl’inglesi.
E i gitani dall’acqua
alzano per divertirsi
pergolati di conchiglie
e rami di verde pino.

La sua luna di pergamena
bella suonando viene.
Si è levato vedendola
il vento che mai non dorme.
San Cristobalòn nudo,
pieno di lingue celesti,
guarda la bambina che suona
una dolce piva assente.

Ragazza, lascia che alzi
il tuo vestito per vederti.
Apri alle mie dita vecchie
la rosa azzurra del tuo ventre.

Bella getta il tamburello
e corre senza fermarsi.
Il vento maschio l’insegue
con una spada calda.

Il mare aggrinza il suo rumore.
Gli olivi impallidiscono.
Cantano i flauti di penombra
e il liscio gong della neve.
Bella, corri, Bella!
che ti prende il vento satiro!
Bella, corri, Bella!
Guardalo da dove viene!
Satiro di stelle basse
con le sue lingue lucenti.

Bella, piena di paura,
entra nella casa che ha,
più in alto oltre i pini,
il console degli inglesi.

Allarmati dalle grida
tre carabinieri vengono,
chiusi nei loro mantelli neri
e i berretti sulle tempie.

L’inglese dà alla gitana
una tazza di tiepido latte,
e un bicchiere di gin
che Bella non beve.
E mentre piangendo racconta
la sua avventura a quella gente,
sulle tegole d’ardesia
il vento, furioso, morde.

 

S.Mallarmé

Una negra

Una negra dal demonio tenuta
vuol godersi una bimba triste di frutti acerbi
e perversi, allora sotto la veste bucata
avida si ‘appresta a degli scaltri maneggi:

al suo ventre accosta felice due mammelline
e, così in alto che la mano non lo saprà toccarli,
dardeggia lo schiocco oscuro delle sue scarpette
simile a qualche lingua inabile al piacere.

Contro la nudità paurosa di gazzella
che trema, sopra il dorso come un elefante impazzito
riversa aspetta e si ammira con cura,
sorridendo con i denti intatti alla bimba;

e, tra le gambe dove la vittima si china,
oltre una pelle nera aperta sotto il crine,
spinge il palato di quella bocca strana
pallida e rosa come una conchiglia marina.

 

Prosa dei folli

Ella dormiva : il suo dito tremava, senza ametista
e nudo, sotto la sua camicia, dopo un sospiro triste
si fermò, alzando all’ombelico la batista.

E il suo ventre sembrò neve dove fosse,
mentre un raggio indora la foresta,
caduto il nido muschioso di un gaio cardellino.

 

Alda Merini

Il suo sperma…

Il suo sperma bevuto dalle mie labbra
era la comunione con la terra.
Bevevo con la mia magnifica
esultanza
guardando i suoi occhi neri
che fuggivano come gazzelle.
E mai coltre fu più calda e lontana
e mai fu più feroce
il piacere dentro la carne.
Ci spezzavamo in due
come il timone di una nave
che si era aperta per un lungo viaggio.
Avevamo con noi i viveri
per molti anni ancora
i baci e le speranze
e non credevamo più in Dio
perché eravamo felici.

 

Ci fu spazio nella mia Carne per Te

Ci fu spazio nella mia carne per te,
per te solamente
che volevi l’amplesso dei miei giorni;
un lungo peregrinare segreto
d’amore in amore
di tempio in tempio.
Una rosa mi tremava
sul ciglio delle dita
come se fosse carta di un veliero
e finalmente mi rompesti
le acque squisite della vita.

 

Pablo Neruda

Acqua sessuale

Rotolando a goccioloni soli,
a gocce come denti,
a densi goccioloni di marmellata e sangue,
rotolando a goccioloni,
cade l’acqua,
come una spada in gocce,
come un tagliente fiume vitreo,
cade mordendo,
scuotendo l’asse di simmetria, picchiando sulle costure dell’anima,
rompendo cose abbandonate, infradiciando il buio.

È solamente un soffio, più madido del pianto,
un liquido, un sudore, un olio senza nome,
un movimento acuto,
che diviene, si addensa,
cade l’acqua,
a goccioloni lenti,
verso il suo mare, verso il suo asciutto oceano,
verso il suo flutto senz’acqua.

Vedo l’estate distesa, e un rantolo che esce da un granaio,
cantine, cicale,
città, eccitazioni,
camere, ragazze
che dormono con le mani sul cuore,
che sognano banditi, incendi,
vedo navi,
vedo alberi col midollo
irti come gatti rabbiosi,
vedo sangue, pugnali e calze da donna,
e peli d’uomo,
vedo letti, vedo corridoi dove grida una vergine,
vedo coperte ed organi ed alberghi.

Vedo i sogni silenziosi,
accetto gli ultimi giorni
e anche le origini e anche i ricordi,
come una palpebra atrocemente alzata per forza
sto guardando.

E allora c’è questo suono:
un rumore rosso di ossa,
un incollarsi di carne
e gambe, bionde come spighe, che si allacciano.
Io ascolto in mezzo al fuoco di fila dei baci,
ascolto, turbato tra respiri e singhiozzi.

Sto guardando, ascoltando,
con metà dell’anima in mare e metà dell’anima in terra
e con le due metà guardo il mondo.

E per quanto io chiuda gli occhi e mi copra interamente il cuore,
vedo cadere un’acqua sorda,
a goccioloni sordi.
È un uragano di gelatina,
uno scroscio di sperma e di meduse.
Vedo levarsi un cupo arcobaleno.

 

Vedo le sue acque attraversare le ossa.

Lasciami sciolte le mani Lasciami sciolte le mani
e il cuore, lasciami libero!
Lascia che le mie dita scorrano
per le strade del tuo corpo.
La passione – sangue, fuoco, baci -
m’accende con vampate tremule.
Ahi, tu non sai cosa significa questo!

E’ la tempesta dei miei sensi
che piega la selva sensibile dei miei nervi.
È la carne che grida con le sue lingue ardenti!
È l’incendio!
E tu sei qui, donna, come un legno intatto
ora che vola tutta la mia vita ridotta in cenere
verso il tuo corpo pieno, come la notte, di astri!

Lasciami libere le mani
e il cuore, lasciami libero!
Io solamente ti desidero, io solamente ti desidero!
Non è amore, è desiderio che inaridisce e si estingue,
è precipitare di furie,
avvicinarsi dell’impossibile,
ma ci sei tu,
ci sei tu per darmi tutto,
e per darmi ciò che possiedi sei venuta sulla terra -
come io son venuto per contenerti,
e desiderarti,
e riceverti! Schiava mia Schiava mia, temimi. Amami. Schiava mia!
Sono con te il tramonto più ampio del cielo,
e in esso la mia anima spunta come una stella fredda
Quando da te si allontana i miei passi tornano a me.
La mia stessa frustata cade sulla mia vita
Sei ciò ch’è dentro di me ed è lontano
Fuggendo come un coro di nebbie inseguite.
Vicino a me, ma dove? Lontano, ciò ch’è lontano
e ciò che essendo lontano cammina sotto i miei piedi
L’eco della voce oltre il silenzio
E ciò che nella mia anima cresce come il muschio sulle rovine.

 

Jacques Prevert

M’ha fatta l’amore

Nuda son nata
come son nata vivo
piccola son nata
e troppo in fretta cresciuta
ma non son mai cambiata
e nuda vivo
la maggior parte del tempo
quel tempo dove vivo nuda
quel tempo è denaro.

M’ha fatta l’amore
l’amore che mi ha fatto festa
l’amore che mi ha fatto fata
dov’è mai andato a cacciarsi
l’innamorato che avevo
che mi faceva piacere
che mi faceva sognare
che mi faceva ballare
ballare al ritmo della sua bacchetta
era il mio direttore d’orchestra
io il suo corpo di ballo.

M’ha fatta l’amore
l’amore che mi ha fatto festa
l’amore che mi ha fatto fata
e io vi trasformo in tante bestie
ogni volta che mi pare
il vostro amore mi fa ridere
il vostro amore non è amore
vi comando a bacchetta
fuori la grana.

M’ha fatto l’amore
l’amore che mi ha sfatta
e in asso m’ha piantata
l’innamorato che avevo
dov’è finito mai
dov’è finito mai
dov’è finito mai.

 

Alina Reyes

E cio’ che voglio l’amore

l’amore spensierato e quello che rimette tutto in discussione,
quello che fa rinascere,
l’amore passionale, l’amore lontano, il fine amore,
quello che vi costringe a superarvi,
l’amore platonico, l’amore sessuale,
l’amore lieve, l’amore oscuro, l’amore luminoso,
l’amore tenero,
l’amore fedele, l’amore infedele,
l’amore geloso, l’amore generoso,
l’amore libero, l’amore sognato,
l’amore adorazione, l’amore mistico, l’amore istintivo,
l’amore che si fa, il prima, il durante e il dopo l’amore,
l’amore che brucia, l’amore pudico,
l’amore segreto, l’amore gridato,
l’amore che fa male al corpo, l’amore che fa bene al corpo,
l’amore che paralizza e quello che dà le ali,
l’amore a morte, l’amore a vita,
il primo amore, l’amore perduto,
l’amore ferito, il prossimo amore,
perché non ci sono regole,
perché è necessario inventare i propri amori,
inventare la propria vita.

 

Anna Rossetti

Nel giardino delle tue delizie

Che affascinante è la tua inesperienza.
La tua mano rozza, fedele persecutrice
di una grazia ardente che indovini
nel viavai penoso dell’allegro avambraccio.
Qualcuno cuce nel tuo sangue lustrini
affinché attraversi
le rotonde soglie del piacere
e provi contemporaneamente sdegno e seduzione.
In quel larvato gesto che rischi
si scorga tua madre, inclinata
nella grigia balaustra del ricordo.
Ed i tuoi occhi, attenti al paziente
ed indimenticabile esempio, si socchiuderanno.
Mentre, adorabile
e pericolosamente, ti allontanerai.

 

Divagare

Divagare per il doppio corso delle tue gambe,

percorrere l’ardente miele pulito,
soffermarmi, e nel promiscuo bordo,
dove l’enigma nasconde il suo portento,
contenermi.
Il dito esita, non si azzarda,
la così fragile censura trapassando
- aderito triangolo che l’elastico liscia -
sapendo cosa lo aspetta.
Comprovando, infine, il sesso degli angeli.

Inconfessione tanto adorabile introdurrmi
nel suo letto, mentre la mia mano vagante
riposa, trascurata, tra le sue gambe,
e sguainando la colonna tersa
- il suo cimiero rosso e sugoso
avrà il sapore delle fragole, piccante -
presenziare all’inaspettata espressione
della sua anatomia che non sa usare,
mostrargli l’arrossata incastonatura
all’indeciso dito, somministrandogliela
audacemente con perfide e precise dosi.
È adorabile pervertire
un ragazzo, estrarrgli dal ventre
verginale quella ruggente tenerezza
tanto simile al rantolo finale
di un agonizzante, che è impossibile
non condurlo a sfinirsi mentre eiacula.

 


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Senza l'esperienza e una buona dose di umiltà, la scrittura -sia in prosa che in poesia- rimane puro estetismo. Senza essersi fatti le ossa attraverso uno «studio matto e disperatissimo» non si raggiungerà mai la capacità di dare un fondamento logico al linguaggio idoneo ad ogni situazione. L'adagio che afferma come «non si nasca imparati» ha questo sapore.

La redazione

Ciò che il pubblico critica in voi, coltivatelo. Quello, siete voi.

Jean Cocteau

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