Licenze poetiche



(I) Pròstesi (o pròtesi): si ha quando si aggiunge una lettera o una sillaba in principio di parola, per eufonia:
 ispumeggiano i frantoi (G. Carducci, Faida di Comune)
Narran le istorie e cantano i poeti (G. Carducci, Mito e verità)
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(I)  Anaptissi (o epèntesi): si ha quando si inserisce una vocale fra due consonanti, così da formare una sillaba in più:
 Ciascun rivederà la trista tomba (Dante, Inferno, VI)                    - invece di rivedrà -
… d’un altro Orfeo la cetera (V. Monti, Al signor di Montgolfier)        - invece di cetra -
    Niun fantasima di luce (G. Carducci, In Carnia)                       - invece di fantasma - 
…di quella maramaglia, io non lo nego… (G. Giusti)                     – invece di marmaglia -
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(I)  Paragoge (o epìtesi): consiste nell’aggiungere una sillaba alla fine di una parola:
Qui di pietà mi spoglio e di virtudi (G. Leopardi, Le ricordanze)
… eversor di cittadi il mite ramo (G. Carducci, Colloqui con gli alberi)
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(I)  Afèresi: indica la caduta o soppressione di una sillaba o di una lettera in principio di parola:
(am)mainaste or or la vela (G. Carducci, Faida di Comune)
… tu pria che l’erbe inaridisse il (in)verno (G. Leopardi, A Silvia)
… dell’ultimo orizzonte il (s)guardo esclude. (G. Leopardi, L’infinito)
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(I)  Sincope: consiste nella caduta di una o più lettere all’interno di una parola:
allor che all’opre femminili intenta (G. Leopardi, A Silvia)                   – invece di opere -
… quello spirto guerrier ch’entro mi rugge (U. Foscolo, Alla sera)        - invece di spirito -
… veniano a conversar (G. Carducci, Avanti! Avanti!)                   – invece di venivano -
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(I)  Apocope: indica la caduta di una o più lettere alla fine della parola:
… lo fan d’ozi beato e di vivande (U. Foscolo, Dei Sepolcri)                - invece di fanno -
… per lo libero ciel fan mille giri (G. Leopardi, Il passero solitario)          - invece di cielo -
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(I)  Tmesi: si tratta della divisione in due parti di una parola, delle quali la prima è posta alla fine del verso e l’altra all’inizio o nel mezzo del verso successivo:
  … – Orlando, fa che ti raccordi
di me ne l’orazion tue grate a Dio;
né men ti raccomando la mia Fiordi… 
ma dir non poté ligi, e qui finio.
 (L. Ariosto, Orlando furioso, Canto XLII, Ottava XIV)
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… ché mi si rompono i ginocchi. Salva-
 mi dalla brama del veloce fuoco…
(G. D’Annunzio, L’oleandro, Alcyone)
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Ella prega: un lungo alito d’ave-
marie con un murmure lene…
(G. Pascoli, Sorella, vv 21-22, Myricae)

 

 

 

 

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Senza l'esperienza e una buona dose di umiltà, la scrittura -sia in prosa che in poesia- rimane puro estetismo. Senza essersi fatti le ossa attraverso uno «studio matto e disperatissimo» non si raggiungerà mai la capacità di dare un fondamento logico al linguaggio idoneo ad ogni situazione. L'adagio che afferma come «non si nasca imparati» ha questo sapore.

La redazione

Ciò che il pubblico critica in voi, coltivatelo. Quello, siete voi.

Jean Cocteau

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