Sylvia Plath:vita e Poesie
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Conosciuta principalmente per le sue poesie, ha anche scritto il romanzo semi-autobiografico La campana di vetro (The Bell Jar) sotto lo pseudonimo di Victoria Lucas.
La protagonista del libro, Esther Greenwood, è una brillante studentessa dello Smith College, che inizia a soffrire di psicosi durante un tirocinio presso un giornale di moda newyorkese.
La trama ha un parallelo nella vita della Plath, che ha trascorso un periodo presso la rivista femminile Mademoiselle, successivamente al quale, in preda a un forte stato di depressione, ha tentato il suicidio.
Assieme ad Anne Sexton, la Plath è stata l’autrice che più ha contribuito allo sviluppo del genere della poesia confessionale, iniziato da Robert Lowell e W. D. Snodgrass. Autrice anche di vari racconti e di un unico dramma teatrale a tre voci, per lunghi periodi della sua vita ha tenuto un diario, di cui sono state pubblicate le numerose parti sopravvissute.
Tutto è fuori dall’ordinario, nella vita di Sylvia Plath, anche nella tragica fine di madre suicida che non trascina con sé i suoi figli.
Trentanni in cui un’ambiziosa ragazza americana si trasforma in poeta di straordinaria intensità, tra le più’ grandi voci del ’900
In quei trentanni di vita non le viene risparmiato nulla.
Prima la morte del padre Otto per un diabete trascurato; poi l’amore ossessivo della madre Aurelia, amorosa fino all’incubo e due tentati suicidi, curati con l’elettroshock , infine il naufragio del suo matrimonio terminato col tradimento del marito Ted Hughes
Sylvia ( Sivy per la madre) era insaziabile, eccessiva, ombrosa, a tratti crudele, gelosa, perfezionista fino alla paranoia e mentalmente instabile, pretendeva sempre il massimo, prima da se stessa, poi da tutti quelli che la circondavano.
Profondamente infelice, amava pero’ godere dei sapori della vita: il mare, il cibo, la terra, i colori, il sesso.
Ebbe un grande unico ma “imperfetto” amore, il poeta inglese Ted Hughes, con il quale visse in Inghilterra per sette anni.
L’11 febbraio 1963 si suicida aprendo il rubinetto del gas della casa londinese in cui abitava con i due figli piccoli facendone la portavoce, forse inconsapevole, delle generazioni arrabbiate, disilluse e sconcertate degli anni ’60 e ’70 e, in particolar modo, delle donne.
Attorno alla problematica di distruzione e di morte che ha tormentato la vita della Plath fino alla fine, si è acceso una vivace polemica umana e letteraria che è ancora attuale.
Il saggio che segue è stato scritto da Sylvia Plath nel 1962, col titolo “Contesto”. La traduzione italiana si trova nel volume “Johnny Panic e la Bibbia dei sogni” edita da Bompiani).
La poesia è utile?
I problemi del nostro tempo che al momento mi preoccupano sono gli imprevedibili effetti genetici della pioggia radioattiva e un articolo sulla terrificante, folle, onnipotente fusione in america della grande industria e dell’esercito – Juggernaut, lo stato di Guerra di Fred J.Cook in un recente numero della “Nation”. Questo influenza forse il genere di poesia che scrivo? Sì, ma indirettamente. Non sono dotata della lingua di Geremia, benché possa essere abbastanza angosciata di fronte alla mia visione dell’apocalisse. Le mie poesie non parlano di Hiroshima, ma di un bambino che si va formando nel buio, dito dopo dito. Non parlano dei terrori dell’estinzione di massa, ma del pallore della luna sopra un albero di tasso in un vicino cimitero. Non parlano dei testamenti di algerini torturati, ma dei pensieri notturni di un chirurgo stanco.
In un certo senso, queste poesie sono deviazioni. Non penso siano una fuga. Per me, i veri problemi del nostro tempo sono quelli di tutti i tempi – la sofferenza e la gioia d’amare; la creazione in ogni sua forma – bambini, pagnotte, quadri, edifici; e la sopravvivenza di tutte le genti in ogni luogo, la cui messa a repentaglio nessun famoso discorso di “pace” o “implacabile nemico” può scusare.
Non credo che una poesia da “prima pagina” interesserebbe maggiormente la gente dei titoli di un giornale. E a meno che la poesia d’occasione non sbocci da qualcosa di più vicino all’osso di una generale, mutevole filantropia e non sia, addirittura, quella cosa rara – una vera poesia – corre il rischio di essere buttata via altrettanto rapidamente del giornale stesso.
I poeti che amo sono posseduti dalle loro liriche come dal ritmo steso del loro respiro. Le loro migliori poesie sembrano nate di getto, non elaborate a fatica; certe poesie dei Life Studies di Robert Lowell, ad esempio; certi versi di Theodore Roethke; alcuni di Elisabeth Bishop e parecchi di Stenie Smith ( “L’arte è selvaggia come un gatto e ben distinta dalla civiltà”).
Sicuramente l’utilità della poesia è il suo stesso piacere – non la sua influenza intesa come propaganda religiosa o politica. Taluni versi mi paiono solidi e miracolosi quanto devono sembrarlo altari di chiesa o l’incoronazione di una regina, a persone che venerano tutt’altre immagini. Non mi turba il fatto che la poesia raggiunga relativamente poche persone. In effetti, si spinge sorprendentemente lontano – in mezzo a estranei e persino intorno al mondo. Più lontano delle parole di un maestro di scuola e delle ricette di un medico; e se ha fortuna,più lontano dell’arco di una vita.
- La campana di vetro
L’unico romanzo da lei scritto è ‘La campana di vetro’ nel quale, attraverso delle esperienze piuttosto autobiografiche, descrive le vicessitudini di una giovane ragazza, Esther Greenwood, affetta da gravi disturbi psichici e mentali. Esther, 19enne americana, vince una borsa di studio a New York.
Qui incontra ed impara a conoscere tante persone, tutte con caratteri e comportamenti diversi, facendosi spesso influenzare. La giovane ha anche un fidanzato che ben presto comincia a non accettare e volere più. Forse a causa della consapevolezza di sentirti e di essere diversa, forse spinta dalle pressioni che la società impone ad una fanciulla, Esther si sente sempre più depressa e incapace di vivere, svolgendo tutte quelle azioni che un tempo sembravano banali.
Vari e vani saranno i tentativi di suicidarsi ma sopravviverà sempre, per un motivo o per un altro. Infine, sotto la pressione della madre, verrà presa in cura da vari medici e sottoposta a diverse terapie che la porteranno ad affrontare un esame, un colloquio finale per poter tornare a vivere normalmente.
Una sorta di scalata verso la ‘normalità’, una ragazza che si sente sempre più sola, sconfortata ed estrane alla vita. Un disagio comune in tante persone che come Esther non sanno se alla fine dei conti sia possibile fuoriuscire da questa campana di vetro e respirare aria pura, aria di libertà.
L’intera opera di Sylvia Plath riflette il profondo senso di disagio e di angoscia che distingue la letteratura americana del secondo dopoguerra. I rapporti interpersonali sono superficiali, i personaggi soli, schiacciati dalle istituzioni, oppressi dalla paura di non essere come la società vuole che siano e, comunque, vittime di un sistema che non consente a nessuno di scegliere liberamente. Non c’è tenerezza nei rapporti umani, neanche tra madre e figlia.
“A un tratto la mamma mi toccò il braccio e io la seguii nell’interno della sala. Ci mettemmo a sedere sopra un divano tutto a protuberanze che scricchiolava ad ogni movimento. Poi il mio sguardo scivolò al di sopra delle persone verso lo sfavillìo del verde oltre le tende trasparenti e mi sentii come se stessi seduta nella vetrina di un enorme magazzino: quelle figure attorno a me non erano persone vere, ma manichini, dipinti in modo da sembrare gente reale e atteggiati così da contraffare la vita.”
- Così Ted Hughes scacciò il fantasma di Sylvia Plath
I rapporti Versi patinati che segnano una presa di distanza: la luce che attenua il calore
Leggendo il Meridiano da Nicola Gardini e Anna Ravano dedicato a Ted Hughes si fa qualche scoperta. Si scopre che a distanza di quarantacinque anni dal suo suicidio il mito di Sylvia Plath è intatto, intoccabile. Si scopre, parlandone con gli amici, che il confronto con il marito Ted è inevitabile.
Si scopre che la grandezza di Ted Hughes, del poeta Hughes, non è indiscussa. Approssimativamente, dentro di me, si era formata la convinzione che Hughes somigliasse al nostro Montale. L’ idea era quella di un percorso analogo: un poeta fino a un certo punto; un altro poeta, verso la fine.
Con Lettere di compleanno Ted Hughes esce dal riserbo intorno alla propria persona e vita – in modo chiaro, non più ellitticamente, o per correlati obiettivi. L’ autobiografia al posto delle idee, o di un crudo catalogo dei fatti osservati, fiori, uccelli, animali. Ma questa idea del percorso simile del poeta inglese a quello del poeta italiano, che dopo i tre grandi libri di giovinezza e maturità aveva, con Satura, tutto rovesciato, s’ era portata con sé l’ erronea idea d’ una comparabile altezza delle due voci.
A leggere il Meridiano, cominciando dall’ eccezionale saggio di Gardini, che pure ciecamente crede nel suo poeta, e proseguendo con la puntigliosa biografia della Ravano, quando si arriva al testo, alla sua vastità, alla sua incombenza, la percezione si va modificando. No, Ted Hughes non è affatto un poeta grande come Montale.
Perché, in effetti, un simile paragone? E qui torniamo alla prima scoperta. Non c’ è lettore del poeta inglese e della poetessa americana che, conversando dell’ uno e dell’ altra, non abbia sentito il bisogno di sottolineare come Ted Hughes fosse superiore, proprio come poeta, alla Plath. In modo così ripetitivo, da far nascere qualche domanda. Che le due biografie si intreccino in modo irrevocabile, si sa. Si sa, anche, quanto si intreccino i due testi, i diari dell’ una e le poesie dell’ altro.
Ma questo cosa cambia? Davvero la vita è, rispetto all’ opera, così cruciale? Davvero non si esce dal garbuglio di queste due opere senza separarle e senza separare ciascuna opera dall’ una e dall’ altra biografia? Forse sì. In tal senso mi sono fatta questa idea: che a parte qualche lampeggiante verso, l’ opera maggiore della Plath sia nel suo diario e nelle sue lettere. In questi due testi le maschere di cui, Hughes dice, l’ io di Sylvia si ricopriva in modo ossessivo sono meno artefatte. «Essere nata donna – scrive la Plath – è la mia terribile tragedia.
Dal momento in cui fui concepita sono stata condannata a sviluppare le mammelle e le ovaie piuttosto che il pene e lo scroto, condannata a una sfera d’ amore, di pensiero e di sentimento rigidamente circoscritta dalla mia ineluttabile femminilità». Perché non crederle? D’ altra parte nella poesia Daddy il rimpianto-risentimento per il padre morto quando Sylvia aveva dieci anni è chiaro: «Papà, ammazzarti avrei dovuto. / Ma sei morto prima che io / Ci riuscissi, tu greve marmo, sacco pieno di Dio». Il padre era tedesco, la Germania e l’ Europa per la giovane americana erano un incubo, forse un rimorso.
Quando la Plath sposò Ted Hughes sembrò aver convogliato verso questo «colosso» (per usare un termine della stessa Plath) tutto l’ alone di morte che si trascinava dietro, come un’ ombra. In quanto a lui, in quanto a Hughes, la sua vitalità è, al contrario, straripante. Egli è, comunque, un colosso.
Nulla lo ferma. Neppure il suicidio, sei anni dopo quello di Sylvia, della seconda moglie Assia sembra incrinarne la potenza (non già, io credo, l’ eventuale cinismo): Assia muore nel marzo del 1969, Hughes si sposa per la terza volta nell’ agosto 1970. Come si legge in tante delle poesie raccolte in Lettere di compleanno – una memoria dettata tutt’ altro che da un senso di colpa o da nostalgia – il sentimento oscuro, il lutto, veniva dall’ America, non già dalla vecchia Europa.
I due sposi interrogano gli spiriti. Dopo mille tergiversazioni e inconcludenze (nella poesia Ouija) la risposta è: «Verrà la fama. Fama per te, soprattutto. / La fama è inevitabile. E quando arriverà / l’ avrai pagata con la felicità, / tuo marito e la vita». Scritto quarant’ anni dopo la morte di Sylvia, da parte del marito come profezia non è un granché, ma è qualcosa come giudizio. Ancora di più nella poesia intitolata Cappotto nero.
Ted si spinge verso il mare. Sylvia lo guarda da lontano, nella sua mente non c’ è che il padre. Ma: «Non mi accorsi / che, mentre le tue lenti si stringevano, / lui mi scivolò dentro». Lui, cioè il padre di lei. Già Giovanni Raboni aveva osservato la qualità rivelatrice di questo testo e come, in genere, tutto Lettere di compleanno fosse una presa di distanza dal cumulo emotivo che al suo autore era stato scagliato addosso prima dalla moglie, poi da tutto il mondo. Vorrei però aggiungere che queste 88 poesie, come l’ intera opera di Ted Hughes, sono non solo un atto di presenza ma anche una presa di distanza, una distanza (ne segnalo una) per il nostro gusto, per così dire democratico, piuttosto fastidiosa.
Vi è in esse una patina, una smaltatura. Che conferendo luce ne attenua il calore. Se la tecnica del primo Hughes è quella di Eliot (il correlato obiettivo, svuotato di ogni proprietà simbolica), il tema è quello di Lawrence. Basterà allora confrontare qualunque poesia di Corvo, in genere descrittiva in modo laconico, con Uccelli, bestie e fiori, appunto di Lawrence, per saggiare l’ energia ma anche la remissività livellatrice di Hughes rispetto alla semplificazione, perfino la brutalità, ma insomma la forza d’ urto, del suo quasi conterraneo: «Che sciocchezza pretendere che cavoli e piante d’ ibisco siano uguali!». Sciaguratamente, Lawrence sta parlando del socialismo, dei socialisti.
Il termine di confronto naturalistico è tutto sbagliato. Ma ciò che a Lawrence mai viene meno è il coraggio di pronunciare la sua verità. L’ autore Edward James Hughes, (Mytholmroyd, 1930 – Devon 1998) noto come Ted, esordì nel 1957 con la raccolta di versi «Lo sparviero nella pioggia», seguita da numerose altre. Nel 1956 aveva sposato la poetessa Sylvia Plath. Alla loro separazione (1962), seguì il suicidio di lei (1963), del quale il poeta fu ritenuto responsabile. La loro relazione è oggetto del suo ultimo libro di poesie «Lettere di compleanno».
Cordelli Franco
Corriere della sera
Al largo di quella lingua di petrosi tappabocca,
occhi roteati da bacchette bianche,
orecchie che sono coppa alle incoerenze del mare,
tu alberghi la tua testa spaventosa: palla-Dio,
lente di compassione,
con i tuoi accoliti
che agitano le loro cellule impazzite all’ombra della mia chiglia
e arrancano come cuori,
rosse stigmate nel centro esatto,
fluttuando nella corrente fino al più vicino punto di partenza,
trascinando le loro chiome nazarene.
Ce l’avrò fatta a fuggire?
La mia mente si rivolge a te
Vecchio ombelico incrostato, cavo transatlantico,
che si mantiene, pare, in miracoloso stato di conservazione.
In ogni caso sei sempre là,
tremulo respiro all’altro capo del mio filo,
curva d’acqua che balza in alto
incontro alla mia canna, abbagliante e grata,
e tocca e succhia.
Non ti avevo chiamata,
non ti avevo chiamata affatto.
E invece, invece,
solcando il mare sei venuta fino a me,
grassa e rossa, una placenta
che paralizza lo scalciare degli amanti.
Luce di cobra
che spreme il fiato dalle campanule sanguigne
della fucsia. Io non riuscivo a prendere fiato,
morta e squattrinata,
sovraesposta, come una radiografia.
Ma chi ti credi di essere?
Un’ostia della Comunione? Maria piagnona?
Non toccherò un boccone del tuo corpo,
bottiglia in cui vivo,
orrido Vaticano.
Ne ho fino alla nausea di sale bollente.
Verdi come eunuchi, i tuoi desideri
sibilano contro i miei peccati.
Via, via, tentacolo anguillesco!
Non c’è niente tra noi.
PAPAVERI IN OTTOBRE
Nemmeno le nubi assolate possono fare stamane
Gonne così. Né la donna in ambulanza,
Il cui rosso cuore sboccia prodigioso dal mantello
Dono, dono d’amore
Del tutto non sollecitato
Da un cielo
Che in un pallore di fiamma accende i suoi
Ossidi di carbonio, da occhi
Sbigottiti e sbarrati sotto cappelli a bombetta.
O Dio, chi sono mai
Io da far spalancare in un grido queste tarde
bocche
In una foresta di gelo, in un’alba di fiordalisi
***
INSEGUIMENTO
Entro nella torre delle mie paure,
chiudo la porta su quella oscura colpa,
sprango la porta, tutte le porte sprango.
Il sangue corre, mi rimbomba
nelle orecchie: il passo
della pantera è sulle scale,
ora la sento che sale, che sale.
il passo della pantera è sulle scale,
ora la sento che sale, che sale.
***
ARIEL
Stasi nel buio. Poi
l’insostanziale azzurro
versarsi di vette e distanze.
Leonessa di Dio,
come in una ci evolviamo,
perno di calcagni e ginocchi! – La ruga
s’incide e si cancella, sorella
al bruno arco
del collo che non posso serrare,
bacche
occhiodimoro oscuri
lanciano ami
Boccate di un nero dolce sangue,
ombre.
Qualcos’altro
mi tira su nell’aria -
cosce, capelli;
dai miei calcagni si squama.
Bianca
Godiva, mi spoglio -
morte mani, morte strette.
E adesso io
spumeggio al grano, scintillio di mari.
Il pianto del bambino
nel muro si liquefa.
E io
sono la freccia,
la rugiada che vola
suicida, in una con la spinta
dentro il rosso
occhio cratere del mattino
***
I corrieri
Parola di lumaca sul niente di una foglia?
Non è la mia. Non ti fidare.
Acido acetico in latta sigillata?
Non ti fidare. E’ roba adulterata.
Un anello d’oro con dentro il sole?
Bugie. Bugie e dolore.
Gelo su una foglia, l’immacolato
Cratere, parlante e sfrigolante
Tutto per sé sulla vetta di ognuna
Di nove nere Alpi.
Un tumulto di specchi, e il mare che frantuma
Il suo, grigio – o mia
Stagione, amore.
***
Specchio
Sono esatto e d’argento, privo di preconcetti.
qualunque cosa io veda subito l’inghiottisco
tale e quale senza ombre di amore o disgusto.
Io non sono crudele, ma soltanto veritiero -
quadrangolare occhio di un piccolo iddio.
Il più del tempo rifletto
sulla parete di fronte.
E’ rosa, macchiettata. Ormai da tanto tempo la guardo che la sento
un pezzo del mio cuore. Ma lei c’è e non c’è.
Visi e oscurità continuamente si separano.
Adesso io sono un lago. Su me si china una donna
cercando in me di scoprire quella che lei è realmente.
Poi a quelle bugiarde si volta: alle candele o alla luna.
Io vedo la sua schiena e la rifletto fedelmente.
Me ne ripaga con lacrime e un agitare di mani.
Sono importante per lei. Anche lei viene e va.
Ogni mattina il suo viso si alterna all’oscurità.
In me lei ha annegato una ragazza, da me gli sorge incontro
giorno dopo giorno una vecchia, pesce mostruoso.
***
Contusione
Colore inonda la macchia, porpora cupo.
Tutto slavato è il resto del corpo,
ha colore di perla.
In un anfratto di rupe
risucchia il mare ossesivamente,
un solo vuoto è perno di tutto il mare.
Non più grande che una mosca
il marchio funesto
striscia giù per il muro.
Il cuore si chiude,
il mare cala,
gli occhi sono schermati.
***
Orlo
La donna è a perfezione.
Il suo morto
Corpo ha il sorriso del compimento,
un’illusione di greca necessità
scorre lungo i drappeggi della sua toga,
i suoi nudi
piedi sembran dire:
abbiamo tanto camminato, è finita.
Si sono rannicchiati i morti infanti ciascuno
come un bianco serpente a una delle due piccole
tazze del latte, ora vuote.
Lei li ha riavvolti
Dentro il suo corpo come petali
di una rosa richiusa quando il giardino
s’intorpidisce e sanguinano odori
dalle dolci, profonde gole del fiore della notte.
Niente di cui rattristarsi ha la luna
che guarda dal suo cappuccio d’osso.
A certe cose è ormai abituata.
Crepitano, si tendono le sue macchie nere.
***
SONO VERTICALE
Ma preferirei essere orizzontale.
Non sono un albero con la radice nel suolo
che succhia minerali e amore materno
per poter brillare di foglie ogni marzo,
e nemmeno sono la bella di un’aiola
che attira la sua parte di Ooh, dipinta di colori
stupendi,
ignara di dover presto sfiorire.
In confronto a me un albero è immortale,
la corolla di un fiore non alta, ma più
sorprendente,
e a me manca la longevità dell’uno e l’audacia
dell’altra.
Questa notte, sotto l’infinitesima luce delle stelle,
alberi e fiori vanno spargendo i loro freschi
profumi.
Cammino in mezzo a loro, ma nessuno mi nota.
A volte penso che è quando dormo
che assomiglio loro più perfettamente -
i pensieri offuscati.
L’essere distesa mi è più naturale.
Allora c’è aperto colloquio tra il cielo e me
e sarò utile quando sarò distesa per sempre:
forse allora gli alberi mi toccheranno e i fiori
avranno
tempo per me.
(28 marzo 1961)
***
I TULIPANI
I tulipani sono troppo eccitabili, è inverno qui,
guarda quanto ogni cosa sia bianca, quieta e innevata.
Imparo la pace, mentre si posa quieta a me vicina
come la luce su questi muri bianchi, questo letto, queste mani.
Non sono nessuno; niente a che fare con le esplosioni.
Ho dato il mio nome e i vestiti alle infermiere
la mia storia all’anestesista e il mio corpo ai chirurghi.
Hanno appoggiato la mia testa tra cuscino e bordo del lenzuolo
come un occhio fra palpebre bianche che non si chiuderanno.
Stupida pupilla, di tutto deve fare incetta.
Le infermiere passano e ripassano, non disturbano,
passano come i gabbiani verso terra nelle loro cuffie bianche,
facendo cose con le mani, uguali l’una all’altra,
così che è impossibile dire quante siano.
Il mio corpo è un sasso per loro, vi si apprestano come l’acqua
ai sassi sui quali deve scorrere, levigandoli garbata.
Mi danno il torpore con i loro aghi luccicanti, mi danno il sonno.
Adesso ho perduto me stessa sono stanca di bagagli -
la mia borsa di pelle come un nero portapillole,
mio marito e il bambino sorridono nella foto di famiglia;
i loro sorrisi mi agganciano la pelle, piccoli ami sorridenti.
Ho gettato cose in mare, io cargo di trent’anni
tenacemente attaccata al mio nome e indirizzo.
Hanno strofinato via tutti i miei affetti.
Impaurita e denudata sulla plastica verde della barella
ho guardato la mia teiera, il comò della biancheria, i miei libri
affondare lontani, e l’acqua arrivarmi sopra la testa.
Sono una suora adesso, mai stata così pura.
Non volevo fiori, volevo soltanto
sdraiarmi a palme in su completamente vuota.
Come si sia liberi, non avete idea quanto liberi -
la pace è così grande che abbaglia,
non chiede nulla, un’etichetta col nome, qualche bazzecola.
Con questa, alla fine, chiudono i morti; li immagino
masticarsela come un’ostia da Comunione.
I tulipani sono troppo rossi in primo luogo, mi feriscono.
Anche attraverso la carta da regalo li sentivo respirare
piano, attraverso la bianca fasciatura, come un bimbo mostruoso.
Rossastri parlano alla mia ferita, le rispondono.
Sono traditori: sembrano ondeggiare, anche se mi tirano giù,
scompigliandomi con le loro lingue inattese e il colore,
una dozzina di rossi piombi intorno al mio collo.
Prima nessuno mi sorvegliava, adesso sono sorvegliata.
I tulipani si voltano verso di me, e la finestra dietro
dove quotidianamente la luce si allarga e si assottiglia,
io mi vedo, piatta, ridicola, ombra di carta ritagliata
fra l’occhio del sole e gli occhi dei tulipani,
non ho faccia, ho voluto cancellarmi.
I vividi tulipani consumano il mio ossigeno.
Prima che arrivassero l’aria era abbastanza calma,
pulsava, respiro dopo respiro, senza scompiglio.
Poi i tulipani l’hanno riempita di un gran rumore.
Ora l’aria spinge e gli vortica attorno come un fiume
spinge e vortica attorno a una macchina rosso-ruggine affondata.
Concentrano la mia attenzione, che era felice
giocando e riposando senza impegnarsi.
Anche i muri sembrano riscaldarsi tra loro.
I tulipani dovrebbero stare dietro le sbarre come bestie pericolose;
si aprono come la bocca di un grosso felino africano,
ed io mi accorgo del mio cuore: apre e chiude
la sua ampolla di rossi boccioli per vero amor mio.
L’acqua che assaggio è calda e salata come il mare,
e viene da un paese lontano come la salute.
***
LADY LAZARUS
L’ho rifatto
Un anno ogni dieci
Ci riesco
Una specie di miracolo ambulante, la mia pelle
Splendente come un paralume nazi,
Il mio Piede destro,
Un fermacarte
La mia faccia un anonimo, pefetto
Lino ebraico.
Via il drappo,
O mio nemico!
Faccio forse paura?
Il naso, le occhiaie, la chiostra dei denti?
Il fiato puzzolente
In un giorno svanirà.
Presto, ben presto la carne
Che il sepolcro ha mangiato si sarà
Abituata a me
E io sarò una donna che sorride.
No ho che trent’anni.
E come il gatto ho nove vite da morire.
Questa è la Numero Tre.
Quale ciarpame
Da far fuori a ogni decennio.
Che miriade di filamenti.
La folla sgranocchiante nocioline
Si accalca per vedere
Che mi sbendano mano e piede
Il grande sporgliarello.
Signori e signore, ecco qui
Queste sono le mie mani,
I miei ginocchi.
Sarò anche pelle e ossa,
Ma pure sono la stessa, identica donna.
La prima volta sucesse che avevo dieci anni.
Fu un incidente.
Ma la seconda volta ero decisa
A insistere, a non recedere assolutamente.
Mi dondolavo chiusa
Come una conchiglia.
Dovettero chiamare e chiamare
E staccarmi via i vermi come perle appiccicose.
Morire
É un’arte, come ogni altra cosa.
Io lo faccio in un modo eccezionale.
Io lo faccio che sembra come inferno.
Io lo faccio che sembra reale.
Ammetterete che ho la vocazione.
È faccile abbastanza da farlo in una cella.
È faccile abbsatanza da farlo e starsene lì.
È il teatrale
Ritorno in pieno giorno
A un posto uguale, uguale viso, uguale animale
Urlo divertito:
“Miracolo!”
È questo che mi ammazza.
C’è un prezzo da pagare
Per spiare le mie cicatrici,c’e’ un prezzo da pagare
per auscultare il mio cuore
Eh sì, batte.
E c’è un prezzo, un prezzo molto caro,
Per una toccatina, una parola,
O un po’ del mio sangue
O di capelli o un filo dei miei vestiti.
Eh sì, Herr Doktor.
Eh sì, Herr nemico.
Sono il vostro opus magnum.
Sono il vostro gioiello,
Creature d’oro puro
Che a uno strillo si liquefà.
Io mi rigiro e brucio.
Non crediate che io sottovaluti le vostre ansietà.
Cenere, cenere
Voi atizzate e frugate.
Carne, ossa, non ne trovate
Un pezzo di sapone,
Una fede nuziale,
Una protesi dentale.
Herr Dio, Herr Lucifero,
Attento,
Attento.
Dalla cenere io rinvengo
Con le mie rosse chiome
E mangio uomini come aria di vento
***
Papà
Non servi, Non servi
Non più, nera scarpa,
come un piede vi ho vissuto
Per trent’anni, gramo e bianco,
Trattenendo fiato e starnuto.
Papà, ammazzarti avrei dovuto,
Tirasti le cuoia prima che ci riuscissi.
Tu, fardello imbottito di Dio, marmo cocciuto,
Orrenda statua dall’alluce tristo
Grosso come una foca di Frisco.
…
Le nevi del Tirolo, la chiara birra di Vienna
Non sono tanto pure o sincere
Con la mia ava zingara ed un destino pazzo
Di tarocchi ho un mazzo di tarocchi ho un mazzo
Qualcosa di giudeo potrei avere
Ho sempre avuto terrore di te,
Della tua Luftwaffe, del tuo gregregré.
E il tuo baffo ben curato
E l’occhio ariano rifulgente blu.
Uomo-panzer, uomo-panzer, O Tu -
Non un Dio ma una svastica nera
Così che nessun cielo vi trapela.
Ogni donna adora un fascista,
Uno scarpone sulla faccia, un brutale
Un cuore inumano, uno a te eguale.
Stai alla lavagna, papà,
Nella foto che ho di te,
Biforcuto nel mento, piuttosto che nel pié
Ma non meno diabolico per questo, oh già
E non meno uomo nero che
Azzanna il mio piccolo cuore facendolo in due.
Avevo dieci anni allorché sotterrarono te.
E a venti cercai di morire
Per tornare, tornare, tornare da te.
Pensavo che le ossa servissero, perfino le tue.
..
Nel tuo cuore grasso e nero c’è un paletto
Ai paesani nemmeno piacevi.
Ora ti pestano, sopra di te fanno un balletto.
Chi eri hanno sempre capito
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